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mercoledì 24 agosto 2016

Terremoti, i crolli e le morti che i governi non sanno fermare


Per noi emiliani che quattro anni fa abbiamo vissuto sulla nostra pelle la distruzione, le morti e la paura del terremoto (20 e 29 maggio, due scosse di magnitudo 5.9 e 5.8 che provocarono molti crolli nei centri storici e nelle aziende del cratere, con 27 morti, 350 feriti e diverse migliaia di sfollati), lo scenario che emerge dal disastroso sisma che ha devastato Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto è sale sulle ferite, un dolore profondo che si rinnova, un forte sentimento di vicinanza e solidarietà che sentiamo con le popolazioni colpite.

Non è un caso che dalla nostra regione poche ore dopo la prima terribile scossa siano subito partiti uomini e mezzi per rafforzare l'opera di primo soccorso e che già nella prima giornata del terremoto sia stata organizzata una colonna della Protezione civile con un centinaio di volontari, strutture e servizi in grado di dare riparo e assistenza a 250 sfollati.
Non è una peculiarità solo emiliana, sia chiaro. Pur nella drammaticità della situazione, con interi paesi distrutti in un'area vastissima del centro Italia, dove morti, feriti e sfollati aumentano di ora in ora, è evidente a tutti la mobilitazione, l'impegno e anche l'umanità della macchina dei soccorsi e dei primi interventi di emergenza. E ha ragione il premier Renzi a dire che in queste occasioni l'Italia sa dare il meglio di sé.

Eppure c'è un pensiero fisso che mi accompagna fin dalle prime ore di questa nuova sciagura, una rabbia che mi sale dentro: perché, mi chiedo, ancora in Appennino dopo l'Irpinia, l'Umbria, le Marche, l'Aquila, la stessa Emilia (anche se qui, nel cratere del sisma del 2012, l'Appennino era nascosto sotto la pianura alluvionale)? Perché in questo Paese a ogni terremoto, forte sì ma neppure violentissimo, si contano i crolli e i morti, mentre in altri Paesi evoluti terremoti con magnitudo ben maggiore fanno meno danni e molte meno vittime? Perché dopo ogni tragedia siamo bravissimi a dire "mai più" ma poi non cambia mai niente o quasi, fino alla prossima sciagura e al prossimo "mai più"?

E allora lo devo dire, anche se mi secca molto alimentare polemiche in un momento come questo, dove serve invece l'aiuto concreto e lo slancio solidale di tutti. Io penso che i crolli e i morti per terremoto, così come per le frane e le ricorrenti alluvioni, nella nostra bella Italia continuino perché nessuno fa niente di concreto per mettere davvero in sicurezza questo Paese. E non solo al Centro-Sud. I crolli e i morti si contano regolarmente anche negli edifici più recenti, spesso anche in quelli pubblici, perché prevalgono gli interessi di costruttori senza scrupoli, del malaffare e delle mafie del cemento, in molti casi con la complicità corrotta delle amministrazioni pubbliche. I crolli e i morti nelle aziende emiliane ci sono stati perché i capannoni industriali non erano "legati", le travi erano solo appoggiate, e questo perché le normative antisismiche non c'erano ed era conveniente per le imprese risparmiare sulla sicurezza. I crolli e i morti si susseguono a ogni terremoto sul nostro Appennino perché nell'azione dei nostri governi, locali e nazionali, prevale il "pensiero corto" della ricerca del consenso elettorale rispetto a quello lungo del "bene comune". Così tolgono la tassa sulle prime case e distribuiscono bonus piuttosto che investire nella prevenzione, che come è noto porta pochi voti, dare incentivi o sgravi fiscali per mettere in sicurezza i nostri splendidi borghi medievali che rapprentano un "unicum", e potrebbero essere anche una grande risorsa economica se adeguatamente tutelati e valorizzati.

Ecco, l'ho detto. Col cuore vicino alle vittime di questa nuova tragedia. Con la rabbia verso un sistema politico ed economico che a parole promette agli italiani che "nessuno verrà lasciato solo" ma nei fatti non fa niente per cambiare il corso delle cose.

mercoledì 1 giugno 2016

Togliere il bonus a chi è più povero e come chiedere a un anemico di donare il sangue

La storia dei 341mila italiani costretti a restituire il bonus renziano di 80 euro allo Stato perché troppo poveri, è pazzesca. E stupisce che per la gran parte dei media, a eccezione di quelli d'opposizione, questa vicenda paradossale sia una notizia da tenere "bassa".

Ricapitoliamo. Nel 2014, subito dopo essersi insediato a Palazzo Chigi, Matteo Renzi annunciò il primo dei suoi famosi bonus. Destinatari, oltre 11 milioni di italiani. A sorpresa, tra i beneficiari non c'erano i più poveri - i cittadini che fanno lavori saltuari o stagionali e guadagnano meno di 8mila euro l'anno - ma solo i lavoratori con un reddito da lavoro dipendente o assimilabile compreso tra gli 8mila e i 26mila euro.

Agli incapienti, che non presentano la denuncia dei redditi (no tax area) - spiegò il governo - la detrazione fiscale aggiuntiva del bonus non poteva essere applicata perché le detrazioni sono già superiori alle tasse, quindi a loro si sarebbe pensato in un altro momento, con altri provvedimenti.

Poi di quella marea di poveri-poveri (circa dieci milioni di persone) nessuno s'è più ricordato, tranne l'Erario. Per quella parte di loro che un'occupazione (per quanto precaria e saltuaria) e un datore di lavoro ce l'aveva, la normativa prevede che sia quest'ultimo a riconoscere il bonus in busta paga, in modo automatico e senza apposita richiesta del lavoratore. E prevede pure che sia lo stesso lavoratore a doversi attivare in prima persona per richiedere la non erogazione nel caso che a fine anno non maturi il diritto al bonus: o perché non ha raggiunto gli 8mila euro di reddito, o perché ha superato i 26mila.

Fatto sta che in sede di verifica, quando l'Erario ha incrociato i dati per l'anno di imposta 2014, è emerso che ben 1,4 milioni di contribuenti (il 12,5% del totale, uno su otto) hanno percepito il bonus senza averne diritto. E devono perciò restituirlo: ora, in sede di denuncia dei redditi del 2015, per un ammontare complessivo stimato di 320 milioni di euro e per una media di circa 220 euro a testa.

Tre le tipologie dei contribuenti beffati a cui il governo ha dato con la mano destra gli 80 euro lordi al mese e ora con la sinistra se li riprende, per di più non a rate come il bonus ma in un'unica soluzione: chi nel 2014 ha superato il limite di reddito previsto dalla Legge (26.000 euro); chi ha commesso o forse subito errori nella compilazione del modello 730 precompilato; chi in quell'anno ha lavorato meno di quel che sperava e alla fine ha guadagnato meno di 8mila euro.

Passi per le prime due categorie, ma che la tegola si abbatta su chi vive già al di sotto della soglia di povertà e non ha raggiunto gli 8mila euro di reddito, è clamoroso. Costringere i nostri concittadini più sfortunati a restituire, in una botta sola, quello che lo Stato gli ha dato a rate per i mesi in cui ha lavorato, è una vera e propria beffa, oltre che una evidente ingiustizia fiscale e sociale.

Non può bastare sostenere, come sembra voglia fare il governo, che si tratta comunque di pochi casi (341mila persone non sono pochi casi) e che è una cosa tutto sommato normale, la stessa che avviene per chi nel corso dell'anno perde le detrazioni che contava di avere. No, non sembra proprio normale che un anemico debba donare il sangue allo Stato.

giovedì 19 maggio 2016

La mia battaglia sulle pensioni: depositato dal senatore Pagliari un odg contro le ingiustizie pensionistiche dei giornalisti e per estendere gli ammortizzatori sociali ai precari

Il senatore Giorgio Pagliari (Pd) ha depositato mercoledì 18 maggio alla I Commissione Affari costituzionali del Senato, che sta esaminando in sede referente il disegno di legge sull'Editoria ("Istituzione del Fondo per il pluralismo e l'innovazione dell'informazione e deleghe al Governo per la ridefinizione della disciplina del sostegno pubblico per il settore dell'editoria, della disciplina di profili pensionistici dei giornalisti e della composizione e delle competenze del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti", relatore in Commissione il senatore Roberto Cociancich), già approvato dalla Camera, un ordine del giorno che impegna il governo a modificare la norma sul ricongiungimento oneroso dei contributi previdenziali dei giornalisti, a introdurre l'indennità di disoccupazione anche per gli autonomi e i precari (freelance, collaboratori, partite Iva) iscritti all'Inpgi 2 e a ridefinire correttamente l'equo compenso.

Frutto della conferenza stampa del 1 marzo alla Camera

Il testo dell'Ordine del giorno era stato scritto dalla deputata Marialuisa Gnecchi (Pd), vice del presidente della Commissione lavoro della Camera, Cesare Damiano, che però non era riuscita a presentarlo in tempo utile per la discussione in Commissione. La stesura era avvenuta subito dopo la conferenza stampa contro le ingiustizie pensionistiche e le cause di lavoro lumaca promossa da me e dalla collega Daniela Binello il primo marzo nella sala stampa di Montecitorio, con il sostegno del sindacato dei giornalisti (Federazione nazionale della stampa e Associazioni Stampa Romana e dell'Emilia-Romagna), la partecipazione del presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, del senatore Pagliari e dell'onorevole Gnecchi e con l'adesione della vice presidente del Pd, onorevole Sandra Zampa, che è anche giornalista e portavoce storica di Romano Prodi.

Le quattro proposte dei giornalisti
In quella sede, i parlamentari avevano sostanzialmente accolto le nostre proposte per cancellare la norma sul ricongiungimento oneroso che costringe tanti colleghi a ripagarsi a peso d'oro i contributi versati alla gestione separata dell'Inpgi per poter andare in pensione, riconoscere agli iscritti all'Inpgi 2 prestazioni e servizi simili a quelli assicurati dalla gestione principale, a cominciare dall'indennità di disoccupazione, eliminare la "finestra d'uscita" di ben 21 mesi per chi va in pensione con il sistema della "totalizzazione" dei contributi tra le diverse gestioni, introdurre una corsia preferenziale con tempi certi e definiti, molto più rapidi di quelli attuali, per le cause di lavoro, e avevano annunciato iniziative parlamentari su questi temi. Il sindacato dei giornalisti, dal canto suo, era stato sollecitato da Giulietti a fare sua la battaglia che io e Daniela abbiamo provato a rilanciare.

Ora la partita si può riaprire

Poi l'attenzione della politica e dei sindacati si era spostata sulla modifica della riforma Sacconi-Fornero che ha portato d'emblée l'età pensionabile a 66 anni e 7 mesi, e sulla flessibilità pensionistica in uscita. Ora l'ordine del giorno presentato da Pagliari riapre la partita anche per la previdenza dei giornalisti, l'allargamento degli ammortizzatori sociali ai colleghi precari, nonché per l'equo compenso.

Cosa dice l'ordine del giorno
Nel dettaglio, l'Odg "impegna il governo: a prevedere nell'esercizio della delega per i giornalisti iscritti al Fondo Inpgi, la possibilità di accedere alla pensione attraverso l'istituto del cumulo dei contributi versati in Inpgi 1 e Inpgi 2 con il calcolo pro-quota a carico del singolo fondo" (senza ricongiungimento oneroso, quindi, cumulando semplicemente i periodi contributivi, con ciascuna gestione che paga il suo pezzo di pensione), "in modo da valorizzare ogni contributo da lavoro dipendente e autonomo per poter garantire una pensione dignitosa e rispondente all'effettiva contribuzione in base al lavoro svolto da giornalista professionista; a favorire "l'accesso a forme di ammortizzatori sociali per gli iscritti a Inpgi 2" (l'indennità di disoccupazione ai giornalisti precari è a tutt'oggi preclusa, in quanto la così detta DIS-COL esiste solo per gli iscritti alla gestione separata Inps); "a ridefinire correttamente la fissazione dell'equo compenso, così come previsto dalla legge 233 del 2012".

Il tempo per gli emendamenti scade il 30 maggio. Chi può batta un colpo

Naturalmente, per sperare in qualche risultato concreto sarà necessario prima di tutto che l'ordine del giorno venga approvato. E perché questo possa avvenire, occorre informare, fare nuove iniziative, coinvolgere altri senatori, di tutti i partiti. Chi nel sindacato, negli altri organismi rappresentativi dei giornalisti (in primis l'Ordine), nello stesso Inpgi, nei giornali e nella politica ha qualcosa da dire in proposito, o meglio ancora da proporre, batta un colpo. Il termine ultimo per gli emendamenti al ddl sull'Editoria è lunedì 30 maggio, ore 13.

giovedì 5 maggio 2016

La malapolitica, le multe grilline di Parma e gli squadristi del web



Chi tocca i fili (grillini) muore. Non è una novità. Ogni volta che si scrive non bene dei Cinquestelle, sui social e sui giornali on line si scatenano i trolls e gli squadristri del web che te ne dicono di ogni.

Una tecnica ormai sperimentata, fatta di vere e proprie aggressioni verbali, insulti giudizi sommari e minchiate varie. Una tecnica incentivata dai politici "moderni" - compresi quelli del Pd, che però al confronto del M5S sono dei dilettanti - che ormai sanno fare politica solo su Internet, vivono in quel mondo virtuale lontano dalla gente in carne e ossa e dai problemi reali del paese, e pagano i loro portaborse per presidiare il web. Che, com'è noto, complice la lontananza fisica, scatena i peggiori istinti. Un po' come sulla strada, quando da dentro l'abitacolo si urla cornuto o si mostra il dito medio all'automoìbilista che ti infastidisce.

Questa volta è toccato a me beccarmi i maleducati e gli insulti. Ho scritto questo pezzo per Huffington Post http://www.huffingtonpost.it/claudio-visani-/se-anche-i-grillini-scivolano-sui-peccatucci-della-politica_b_9829350.html?utm_hp_ref=italia-politica dove, mi pare, la sostanza non è l'ostilità verso i grillini bensì la delusione per come sta andando in vacca la politica italiana: tutta, compresa la loro. 

Nei commenti su Huffington Post i trolls grillini (che se andate a vedere sono più o meno sempre gli stessi, che imperversano sui vari media e social) mi hanno descritto come "uno al soldo de l'Unità (sic)", quindi come "uno del Pd (doppio sic)", anzi  "l''ennesimo giornalaio renziota" (a me?) che "spara cazzate sul M5S". 

Non ho risposto. Non rispondo per principio a chi insulta. Se chi insulta è uno a cui ho dato l'amicizia su Facebook, lo cancello e basta. Non rispondo neppure qui. Solo una cosa voglio dire a queste personcine così educate: almeno informatevi prima di sparare considerazioni e giudizi a vanvera.

Io sono in pensione. Non lavoro più da anni a l'Unità, e l'Unità in cui ho lavorato per vent'anni (e ne sono molto orgoglioso) è stata a lungo uno dei migliori giornali italiani, e negli ultimi anni tutt'altro che renziana. Un giornale che non era neanche lontano parente de l'Unità di oggi, questa sì renziana, diretta come megafono del premier da Erasmo D'Angelis e dove imperversa Fabrizio Rondolino. 

Inoltre, non mi sono mai iscritto al Pd e per capire come la penso sul Pd di Renzi e sulla attuale classe politica dirigente italiana basta farsi una navigata in questo blog o nei media dove scrivo i miei articoli e i miei commenti. Sapevatelo cari grillini, sennò fate la figura di quelli che pontificano senza nemmeno sapere di cosa parlano. 








giovedì 28 aprile 2016

Pensioni, la supercazzola del governo è in inglese: sempre fregatura è ma più schick

La "supercazzola" del governo sulle pensioni http://www.huffingtonpost.it/claudio-visani-/la-supercazzola-del-governo-sulle-pensioni_b_9757394.html?utm_hp_ref=italia-politica avrà un titolo inglese, che fa più schick: "position paper". A che altezza andrà a posizionarsi, provo a spiegarvelo in questo articolo pubblicato anche su Huffington Post http://www.huffingtonpost.it/claudio-visani-/pensioni-ecco-cose-il-position-paper_b_9788246.html?utm_hp_ref=italy.



Stando all'intervista del Messaggero al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini http://economia.ilmessaggero.it/economia_e_finanza/pensioni_nannicini_soluzioni_uscita_anticipata-1696578.html, il "position paper" è il documento che l'esecutivo sta scrivendo sulla flessibilità pensionistica, sollecitata anche da una mozione della maggioranza parlamentare che lo sostiene. Dovrebbe essere presentato a maggio ed entrare nella Legge di Stabilità 2017. Il piano riguarderebbe tre situazioni di possibile pensionamento anticipato e per ciascuna di esse immaginerebbe un "intervento multiplo di Stato, Inps, banche e assicurazioni".

La proposta che il Governo si appresta a presentare

Le anticipazioni sono scarne. Si sa che il piano dovrebbe costare "meno di un miliardo" allo Stato, quindi saremmo ben lontani dalla spesa di 5-7 miliardi finora stimata per consentire l'uscita dal lavoro con 3-4 anni di anticipo rispetto ai 66 anni e 7 mesi fissati dalla riforma Fornero. Le tipologie interessate sarebbero: le persone che volontariamente intendono andare in pensione anticipata, tipo "la nonna dipendente pubblica che vuole accudire i nipotini", per citare l'esempio fatto a suo tempo dal premier Renzi; i sessantenni disoccupati (degli over 55 non si parla nemmeno più) troppo vecchi per trovare un nuovo lavoro e ancora lontani dall'età pensionabile; i dipendenti delle aziende in crisi che vogliono ridurre o ristrutturare l'organico ricorrendo ai prepensionamenti. Il minimo comune denominatore di tutte e tre le soluzioni sarà il "prestito pensionistico", che andrà ad alimentare un nuovo "mercato": quello dei prestiti previdenziali erogati dal sistema bancario o dai fondi pensione.

Vi spiego dove sta la fregatura

A questo punto vi chiederete: quindi qual è la "supercazzola"? O meglio: dove sta la fregatura? Sta nel fatto che il conto del "position paper", almeno per due topologie su tre di pensionandi, non lo pagherà lo Stato, che con le riforme Sacconi-Fornero ha alzato all'improvviso e di molto l'asticella dell'età pensionabile, bensì il lavoratore o l'azienda che questo "scalone" hanno subito.

Per andare in pensione anticipata bisogna contrarre un mutuo

Mi spiego meglio. Il lavoratore che, avendo i requisiti, chiederà volontariamente di andare in pensione prima dei 66 anni e 7 mesi, dovrà contrarre una sorta di mini-mutuo per gli anni di anticipo (il "prestito pensionistico") e rimborsarlo di tasca propria, una volta che avrà raggiunto l'età pensionabile, con corpose rate mensili trattenute dalla pensione ordinaria che gli spetterebbe.

I prepensionamenti li pagano l'azienda e il lavoratore

Per chi andrà in prepensionamento, invece, il costo verrà ripartito tra l'azienda che lo chiede e il lavoratore. In questo caso non si capisce dov'è la novità, dal momento che già con la riforma Fornero non è più l'ente previdenziale o lo Stato ad accollarsi i costi, ma tocca al datore di lavoro il pagamento dei contributi dovuti per gli anni che mancano al pensionamento. Non si chiama più prepensionamento ma "esodo volontario" e consente di anticipare fino a quattro anni il pensionamento dei dipendenti anziani. L'azienda versa ogni mese l’importo dell’assegno che l’Inps gira all’ex dipendente fino al raggiungimento della pensione, più il costo dei contributi figurativi per gli anni che mancano all'età pensionabile. Il lavoratore, dal canto suo, riscuote una pensione decurtata dalle penalizzazioni per ogni anno di anticipo, parecchio più bassa di quanto sarebbe se continuasse a lavorare fino all'età pensionabile.

Solo per i sessantenni disoccupati si apre uno spiraglio, ma...

L'unica eccezione (positiva) sarebbe per i sessantenni disoccupati: in quel caso, secondo quanto detto da Nannicini, le penalizzazioni per gli anni di anticipo le pagherebbe "in buona parte lo Stato". Quanto sia la "parte" però non si sa. Ed è difficile immaginare che sia poi così "buona", dal momento che le persone con più di 55 anni senza lavoro e senza pensione sono, secondo le ultime stime Istat, circa 600mila (quanti siano gli over 60 non è noto), e che il governo conta di stanziare per loro "meno di un miliardo".

E Damiano rilancia la proposta di cancellare lo scandalo delle ricongiunzioni onerose

Il presidente della Commissione lavoro della Camera, Cesare Damiano (Pd), si è detto soddisfatto di quella che considera "una apertura del governo sulla flessibilità http://www.repubblica.it/economia/2016/04/27/news/flessibilita_pensioni_il_piano_di_nannicini-138554370/?ref=HREC1-12. Se i contenuti dell'apertura sono quelli anticipati da Nannicini, verrebbe da dire, alla romana: "Soddisfatto de che?".

Damiano, tuttavia, ha anche annunciato che presenterà un pacchetto di proposte sulle pensioni che contempla anche il tema delle ricongiunzioni onerose, rilanciando la proposta di cancellazione di quella "estorsione di Stato" che io e Daniela Binello, con l'appoggio (per ora soltanto formale) della Fnsi e di alcuni parlamentari (Sandra Zampa, Marialuisa Gnecchi, Giorgio Pagliari) abbiamo denunciato nella conferenza stampa del 1 marzo scorso alla Camera http://visanik.blogspot.it/2016/03/pensioni-il-caso-delle-ricongiunzioni.html.

venerdì 22 aprile 2016

Pensioni, la supercazzola del governo sulla flessibilità e i ricongiungimenti onerosi

Sulla "riforma delle riforme" (Sacconi-Fornero) delle pensioni, in particolare per la flessibilità in uscita e le ricongiunzioni onerose, il governo sperimenta la "supercazzola": quell'insieme di parole per non dire nulla che il conte Mascetti, alias Ugo Tognazzi, recitava magistralmente in "Amici miei" quando non voleva pagare il conto. E in questo caso tutto lascia pensare che il conto alla fine lo pagheranno solo gli aspiranti pensionati. 



Le promesse non mantenute

Ricapitoliamo. Nel 2015, con 600mila over 55 disoccupati troppo vecchi per trovare lavoro e troppo giovani per la pensione che lo chiamano in causa, il ministro del lavoro, Poletti, annuncia la controriforma del governo per consentire l'uscita con 3 o 4 anni di anticipo rispetto ai 66 anni e 7 mesi fissati dalla Fornero. Ma pochi mesi dopo la proposta del presidente Inps, Boeri (pensionamento anticipato a 63 anni e 7 mesi con minimo 20 anni di contributi da lavoro, penalizzazione annua del 3%, contestuale abolizione dei vitalizi e taglio delle pensioni d'oro), che sembrava dovesse essere fatta propria dal governo, viene invece lasciata cadere da Renzi. Il premier preferisce dirottare le poche risorse disponibili della Legge di Stabilità sui bonus per i 18enni, la cultura e la casa, sicuramente più redditizi in termini di consenso, soprattutto in vista delle elezioni amministrative di primavera e del referendum costituzionale di ottobre. Tuttavia, annuncia per il 2016 la messa a punto di un "intervento organico sulla materia pensionistica".

Supercazzola numero 1

Nei primi mesi del 2016, però, il tema pensioni sembra scomparire dall'agenda di governo e a tutt'oggi del piano annunciato da Renzi non c'è traccia. In compenso fa capolino la prima supercazzola. Nei giorni scorsi Poletti, tirato per la giacchetta, dice che sì, il tema "è sempre sul tavolo" e il governo "ci sta lavorando". Aggiunge che c'è "condivisione sull'esigenza di intervenire e la volontà di farlo", ma "non è facile", perché "esistono i vincoli di bilancio ed europei che tutti conoscono", per cui "servono proposte praticabili e sostenibili" (come a dire che quelle ipotizzate finora non lo sono). E a chi gli chiede come il governo intenda sanare la vergogna del ricongiungimento oneroso (pensato da Sacconi e introdotto nel 2005 dal governo Berlusconi), che costringe i lavoratori che avrebbero già i requisiti anagrafici e contributivi per la pensione anticipata a ripagarsi (al quadrato) i contributi già versati alle gestioni separate o meno vantaggiose per poterla riscuotere, Poletti ha risposto che "già in occasione della Legge di Stabilità 2016 Governo e Parlamento avevano lavorato per affrontare il tema", perché - ci mancherebbe - "c'è la volontà di affrontare e risolvere questa ingiustizia"; ma dal momento che per il 2016 non è stato possibile (???), "è nostra intenzione riproporlo per il 2017". E ha concluso: "Mi auguro che ci siano le condizioni per cui, nella prossima Legge di Stabilità, questi temi possano trovare risposte". Amen!

Supercazzola numero 2
A stretto giro prende quindi piede la seconda supercazzola. Interpellato sul tema dalle Commissioni bilancio di Camera e Senato, il ministro dell'Economia, Padoan, che tiene i cordoni della borsa, rimane quanto mai nel vago. Dice che lui è "favorevole a ragionare complessivamente sul tema", e che il governo "è aperto soluzioni con fonti di finanziamento complementari, che si possono studiare". A seguire, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Nannicini, spiega come occorra una operazione "di sistema", che includa "un mix di misure" da ricercare con "uno slancio di creatività", combinando "i profili fiscali e di governance del secondo pilastro della previdenza integrativa e il rapporto tra primo e secondo pilastro", per far sì che ci siano "soluzioni di mercato accanto allo sforzo pubblico". Capito qualcosa?

La fregatura finale

La grancassa governativa vende ai media le parole di Padoan e Nannicini come una "apertura", ma in realtà i due non hanno detto nulla. Nulla che impegni il governo e le finanze pubbliche, s'intende. Stando alle interpretazioni riservate di fonte governativa (e degli esperti di supercazzole), il fantasioso e complesso "mix di misure" si dovrebbe infatti tradurre in due sole parole: "prestito pensionistico". Che in soldoni significa questo.

Siccome la flessibilità in uscita costerebbe, secondo le stime, tra i 5 e i 7 miliardi, ma nel bilancio dello Stato quei denari non ci sono e l'Europa non ci concede altri indebitamenti, il Governo garantirebbe un prestito bancario a chi vuole andarsene in pensione prima dei 66 anni e 7 mesi. In sostanza, il pensionando accenderebbe un mutuo con la banca (o con un fondo pensione) per avere subito l'assegno mensile decurtato del 2-3% per ogni anno di anticipo; una volta raggiunta l'età pensionabile, l'ente previdenziale comincerebbe a erogargli la pensione, ulteriormente decurtata dalle rate per il rimborso del prestito alle banche, fino al suo esaurimento. Paradossalmente, come già accade per quei ricongiungimenti onerosi (in questo caso il mutuo si contrae direttamente con l'istituto di previdenza) che governo e Parlamento, a parole, giudicano una clamorosa ingiustizia da eliminare.

Morale, l'operazione sarebbe a costo zero per lo Stato e verrebbe pagata in toto dai pensionandi. Che così avrebbero pensioni ridotte all'osso e - per solidarietà inversa - comincerebbero ad avvicinarsi alla condizione dei loro figli e nipoti: quelli che, stando alle previsioni di Boeri, dovranno lavorare fino a 70 e anche 75 anni per avere una pensione da meno di mille euro al mese.



mercoledì 23 marzo 2016

Se l'Europa che combatte il terrorismo è quella vista a Bruxelles



"Quello di Bruxelles è stato un attacco al cuore dell'Europa", dicono tutti i media e tutti gli osservatori. Ma di quale Europa parliamo?

Certo, l'orrore terroristico non ha giustificazioni e l'ideologia che porta con sé va combattuta con tutti i mezzi. Certo, il Vecchio Continente rimane (forse) la punta più avanzata della civiltà umana, e il nostro "modello" (democrazia, libertà, sistema valoriale, modo di vivere) va difeso con le unghie e con i denti da chi vorrebbe riportarci al tempo delle crociate, dei califfati, dei tagliatori di teste e della schiavitù.

Dopo di che, quale immagine di unità europea, di convivenza pacifica e di efficienza comunitaria offrono al mondo il Belgio e Bruxelles?

Il Belgio ha ancora il re, la monarchia costituzionale. Le sue due comunità principali - fiamminghi e valloni - sono due mondi separati. Lo Stato vive una sorta di “apartheid linguistico", ha relegato la comunità musulmana nei ghetti delle periferie degradate e senza legge, e per di più ha una forte carenza di personale pubblico che capisce e parla l'arabo, pare anche nella polizia.

Come se non bastasse, il Belgio - che è grande come una regione italiana - ha ben sei governi: uno federale, uno fiammingo nelle Fiandre, uno della comunità francese, un governo della comunità che parla tedesco, un governo dei Valloni, ed uno per la regione della capitale.

Dal 2010 al 2014 ha vissuto una crisi politica latente. Il Paese e la sua capitale sono rimasti 541 giorni senza un governo prima che si riuscisse a formare l'attuale esecutivo di centrodestra guidato dal leader del partito liberale francofono, Charles Michel.

Solo a Bruxelles ci sono 19 distretti municipali, ognuno con il suo sindaco. Le forse di polizia sono addirittura 6, ciascuna delle quali comunica con le altre con riluttanza. E questo spiega perché la rete di intelligence e di sicurezza fa acqua da tutte le parti.

Con queste premesse, quale esempio e che immagine offre al mondo la capitale d'Europa?