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lunedì 5 giugno 2017

L'accordo Renzi, Berlusconi, Grillo, Salvini per il ritorno al proporzionale e l'arte tutta italiana della giravolta

Dall'arte del possibile all'arte della giravolta. Così va la politica italiana di questi tempi. L'accordo tra Pd, Forza Italia, Lega e Cinquestelle sul modello tedesco - che poi in Italia sarà un proporzionale puro con sbarramento al 5% e il trionfo dei nominati invece che degli eletti - è la fiera delle giravolte. Quella di Beppe Grillo, che dal suo blog gridava "no al tavolo delle trattative con i bari del Pd". Quella di Silvio Berlusconi, che annunciava "mai più un nuovo Patto del Nazareno". E quella di Renzi, che diceva: "W il maggioritario, tra cinque anni l'Italicum sarà copiato da mezza Europa, finalmente la sera delle elezioni si saprà chi ha vinto, senza inciuci".

Invece? Invece si tratta, si fanno nuovi Patti del Nazareno, si torna con "nonchalance" al proporzionale, alla Prima Repubblica, alla "palude". Si tenta, addirittura, di varare una legge che toglie ancor più le possibilità di scelta dell'elettore: (listini e capilista bloccati, niente preferenze e voto disgiunto). E si va spediti verso elezioni anticipate in autunno. Addio all'Italicum, dunque, e anche al Mattarellum, al Rosatellum, al premio di maggioranza e al doppio turno che ci dovevano assicurare vincitori certi e stabilità politica. E in soffitta pure la "vocazione maggioritaria" del Partito democratico. Non per gli interessi del Paese, come ci vogliono far credere, ma per gli interessi convergenti dei contraenti l'accordo.

Gli interessi di Grillo e Salvini, che mirano a sfruttare l'onda lunga dell'antipolitica e del populismo per raccogliere, col proporzionale, più parlamentari possibile. E che - al di là delle parole - non sembrano per niente interessati ad andare al governo. Il primo perché scottato dall'esperienza traumatica di Virginia Raggi alla guida della Capitale e (forse) consapevole di non avere un gruppo dirigente all'altezza della sfida. Il secondo perché ha tutto da guadagnare a fare il "lepenista" d'Italia.

L'interesse di Berlusconi, che sa che solo con il proporzionale può sperare di tornare al centro della scena politica e confida sulla sua proverbiale capacità di trattativa, in primis a tutela delle sue aziende.

L'interesse di Renzi a regolare definitivamente i conti con gli scissionisti D'Alema e Bersani e con i "partitini" che condizionano negativamente la politica italiana (i grandi, invece?), a togliersi di dosso l'imbarazzante fardello degli Alfano e dei Verdini e a tornare al più presto a Palazzo Chigi con premier, inevitabilmente delle larghe intese. A meno di un collasso elettorale del Pd, che comunque non si può escludere visto il distacco crescente che questo partito sta registrando con la parte più di sinistra del suo elettorato.

La rotta sembra tracciata. Gentiloni può "stare sereno". Il Pd sempre più PdR in attesa di fare il Partito della Nazione. L'ex Cavaliere che trova finalmente il suo successore ideale, quello con il "quid" che gli piace tanto. I grillini che dall'opposizione si fanno le ossa del "populismo di governo". I leghisti che con i Fratelli d'Italia fanno la destra xenofoba e anti-europea. La sinistra-sinistra che si ricostruisce in un'unica forza progressista attorno a Pisapia.



Tutti quanti assieme con "poche idee ma confuse", come direbbe Flaiano. Ma sempre nell'interesse dell'Italia, si intende.

mercoledì 26 aprile 2017

La morte di Giorgio Guazzaloca, il macellaio civico che si prese "Bologna la rossa" e sancì l'inizio della fine dei Ds



E' morto Giorgio Guazzaloca, il primo sindaco non comunista di Bologna del dopoguerra, che ha amministrato la città delle Due Torri tra il 1999 e il 2004. Aveva 73 anni, era malato da tempo e da ultimo era ricoverato al Sant'Orsola. L'ho conosciuto abbastanza. Quando lui diventò sindaco, nel 1999, io ero redattore capo delle cronache emiliano-romagnole de l'Unità ed ebbi modo di seguire da vicino la spaccatura dei Ds (ex Pci-Pds) che portò prima alla non ricandidatura del sindaco uscente Walter Vitali, affossato dai sondaggi (forse) e dalla dirigenza del partito (per certo), poi quella sciagurata campagna elettorale che segnò l'inizio della fine del "Partitone".

Guazzaloca, va detto subito, era una persona perbene. Il "sindaco macellaio", un commerciante con tutti i difetti, la presunzione e anche un po' di arroganza di quella corporazione che da sempre condiziona (in peggio) il governo della città, presidente dell'Associazione dei commercianti (Ascom), prima, e della Camera di commercio, poi. Un personaggio popolare, gran tifoso del Bologna e amico di Giacomo Bulgarelli, una rubrica e molte interviste sul Resto del Carlino. In altre parole, un prototipo della "bolognesità": sostanzialmente conservatore ma pure antifascista convinto, di radici e pensiero repubblicano, con sensibilità sociale, diverse amicizie e frequentazioni di sinistra (spesso si trovava a giocare a "tresette" con l'ex sindaco di San Lazzaro, Bacchiocchi, l'assessore di Bologna alla Mobilità, Sassi, il presidente della Fiera, Stefani: tutti comunisti), anche se legato da amicizia personale a Pierferdinando Casini che è stato il suo principale sponsor in città. Tanto che, all'epoca, una parte dei dirigenti e soprattutto dei militanti Ds lo avrebbe visto bene come candidato sindaco del centrosinistra.

Ma i segretari di allora della Federazione Ds (Alessando Ramazza) e del Comitato regionale (Fabrizio Matteucci) erano di diverso avviso. Non presero nemmeno in considerazione la candidatura di Guazzaloca, poi trovarono il modo di silurare quella di Mauro Zani, comunista tutto d'un pezzo, uno dei padri nobili del Pci, ex segretario provinciale e regionale del partito, al fianco di Occhetto ai tempi della "svolta della Bolognina", coordinatore della segreteria nazionale, più volte parlamentare (per ultimo europarlamentare), pure lui amico e compagno di tresette di Guazzaloca, prima chiamato a "sacrificarsi" rientrando da Roma per salvare la barca traballante del partito emiliano candidandosi a sindaco, poi sottoposto al "ricatto" delle primarie. Perché - questo era allora il pensiero di molti - il sindaco in realtà lo voleva fare il segretario Ramazza, che quando capì che non c'erano le condizioni puntò sulle primarie e sulla semisconosciuta Silvia Bartolini. Il risultato fu che Zani mandò "a spendere" la dirigenza locale dei Ds e rinunciò alla corsa, la Bartolini vinse facile le primarie e mezzo elettorato del Pds-Ds finì poi per votare Guazzaloca, nel frattempo diventato candidato sindaco civico del centrodestra, appoggiato anche da quei fascisti che detestava, che contro ogni ragionevole previsione vinse al ballottaggio.

Come sindaco, va detto, Guazzaloca non è stato gran che: vuoi per la malattia che lo colpì poco dopo la sua elezione, vuoi per la compagine di giunta non certo eccelsa che si ritrovò, più che governare restò fermo per tre anni a vivere di rendita sulla incredibile capitolazione "tafazziana" della sinistra (del resto, bastava e avanzava quello per stare a galla), si limitò a tagliare nastri e spostare qualche statua senza cambiare sostanzialmente niente. Poi, quando decise di fare davvero il sindaco, produsse il disastro del Civis: il tram su gomma a guida ottica automatica che doveva sostituire la metropolitana del sindaco Renzo Imbeni e la metrotramvia del sindaco Vitali (a Bologna sono 40 anni che si discute su quale sistema di trasporto per la città senza concludere nulla, tanto che l'unica modalità è ancora quella dei bus e filobus) che però non è mai partito. Perché quel mezzo si è rivelato una "sola" (fregatura in bolognese) della Fiat, non è mai stato omologato dal Ministero dei Trasporti, mentre la gara è finita sotto inchiesta e i 49 mezzi acquistati a suon di milioni di euro dalla Municipallizata (oggi Tper), da anni fermi ad arrugginire in un deposito all'aperto all'Interporto, sono stati infine sostituiti da normali filobus (i Crealis) che hanno ben poco di innovativo ma almeno marciano e trasportano gente.

Il nome di Giorgio Guazzaloca è rimasto legato indissolubilmente alla caduta della città simbolo della sinistra in Italia e al fenomeno vincente del civismo, che aveva debuttato qualche anno prima a Parma con la vittoria del sindaco Elvio Ubaldi sul candidato del Pds. Nel 2004 Guazzaloca si ricandidò alla carica di primo cittadino ma venne sconfitto al primo turno da Sergio Cofferati, il "papa straniero" che i Ds erano andati a cercare per riparare lo smacco del 1999. Nel gennaio 2005 Guazzaloca fu nominato componente dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato (Antitrust). Già ammalato, si ritirò quasi del tutto dalla scena politica e ultimamente le sue uscite pubbliche erano assai rare. Qualunque sia il giudizio politico su di lui, se n'è andata - troppo presto - una persona perbene, popolare e ben voluta da Bologna.

mercoledì 1 marzo 2017

Fatta la legge trovato l'inganno: così il cumulo gratuito dei contributi pensionisti versati resta inapplicato



Esattamente un anno fa io e la collega Daniela Binello rilanciammo assieme ai parlamentari Marialuisa Gnecchi, Sandra Zampa e Giorgio Pagliari, in una conferenza stampa alla Camera, la battaglia per il cumulo gratuito e contro il ricongiungimento oneroso dei contributi previdenziali. Una norma, quest'ultima, introdotta nel 2010 dal ministro del lavoro Sacconi e dal governo Berlusconi, che costringe i lavoratori che hanno carriere spezzettate a pagarsi due volte la previdenza. Nel dicembre scorso - per merito soprattutto dell'iniziativa parlamentare dell'onorevole Gnecchi, della vittoria del no al referendum che ha fatto cadere il governo e approvare la legge di stabilità in fretta e furia al Senato, con la fiducia e senza emendamenti, e un pochino anche grazie alla nostra iniziativa - il cumulo gratuito è diventato legge.

Si tratta di una elementare e sacrosanta norma di giustizia sociale: chi nella sua vita ha fatto lavori diversi, ha versato regolarmente i contributi e ha maturato i requisiti per andare in pensione, non può essere costretto a ripagarli, per di più al quadrato, solo perché li ha versati a enti previdenziali diversi o alle gestioni separate. Il cumulo consente di sommare gratuitamente tutti i contributi versati e prevede che al maturare del requisito pensionistico ciascuna gestione previdenziale eroghi la propria quota di in base a ciò che ad essa è stato versato (pensione pro-quota). La ricongiunzione onerosa diventa così una facoltà, per chi ambisce a pensioni più alte, non più una estorsione obbligata.

E' una legge che interessa e restituisce equità a centinaia di migliaia di persone. Solo che, come spesso accade in Italia, "fatta la legge trovato l'inganno". Nel senso che fin dal giorno dopo della sua approvazione questa preziosa conquista viene sabotata dagli enti di previdenza, che danno interpretazioni ultra-riduttive e trovano mille scuse per non applicarla nell'interesse dei lavoratori. L'Inps dice che va applicata alle condizioni peggiori vigenti nei diversi regimi coinvolti: in buona sostanza se anche uno solo degli enti previdenziali a cui si sono versati i contributi prevede la pensione a 70 anni, per andare in pensione col cumulo servono 70 anni di età. L'Inpgi dei giornalisti, che da quest'anno richiede ai propri iscritti 38 anni di contributi e 62 di età per andare in pensione anticipata (ex anzianità), sostiene che per andare in pensione col cumulo si deve applicare la legge Fornero, che ne prevede quasi 5 in più: 42 anni e 10 mesi.

Un'interrogazione del senatore Pagliari su questo tema è da un mese in attesa di risposta. Inps, Inpgi e le altre casse privatizzate sembrano preoccuparsi soltanto di evitare di dover pagare più pensioni (col cumulo molti riuscirebbero ad andare in pensione prima, anche se con assegni ridotti) e di fare cassa (con l'estorsione delle ricongiunzioni onerose), forse anche per preservare i lauti stipendi e privilegi dei rispettivi vertici. In altre parole, pensano agli interessi propri invece che a quelli dei loro iscritti. E questo nel silenzio generale del governo, della politica, del Parlamento che quella legge sul cumulo ha approvato, dei sindacati, dei consiglieri eletti dagli iscritti che dovrebbero rappresentare nei consigli di amministrazione degli istituti di previdenza, a cominciare da quello dei giornalisti. Bell'Italia, davvero!

mercoledì 21 dicembre 2016

Cumulo: Damiano, Gnecchi e Pagliari dicono no alle interpretazioni restrittive dell'Inpgi e delle Casse autonome

Il cumulo gratuito dei contributi previdenziali è legge, è una conquista di giustizia ed equità e un enorme passo avanti per i lavoratori che hanno carriere spezzettate, ma l'applicazione della nuova norma alle condizioni di miglior favore per gli iscritti è ancora tutta da conquistare. Le Casse autonome dei professionisti, infatti, stanno dando una interpretazione restrittiva della legge, sostenendo che per maturare il diritto alla pensione anticipata o di vecchiaia con il cumulo servono i requisiti della legge Fornero, ovvero 42 anni e 10 mesi di contributi per l'anzianità, 66 anni e 7 mesi per la vecchiaia, e non quelli più vantaggiosi previsti dai regolamenti dei diversi Istituti privatizzati. L'Inpgi, ad esempio, ha recentemente varato una riforma lacrime e sangue per i giornalisti (è ancora al vaglio dei ministeri vigilanti) che dal 2017 prevede il requisito minimo di 38 anni di contributi e 62 di età per la pensione anticipata (40 anni di contributi e 62 di età a regime, dal 2020); nonostante questo, sostiene che per andare in pensione con il cumulo dal prossimo 1 gennaio serviranno i 42 anni e 10 mesi della Fornero.

Una interpretazione contestata dal presidente della Commissione lavoro della Camera, Cesare Damiano, che intervento martedì 20 dicembre alla conferenza stampa promossa alla Camera dal sottoscritto e dalla collega Daniela Binello, ha detto: “E’ evidente che le Casse professionali fanno resistenza, ma io credo che quella resistenza vada vinta. Se invece sarà confermata, verificheremo a livello parlamentare cosa fare". Sulla stessa linea è l'onorevole Marialuisa Gnecchi (Pd), che da anni si batte per il superamento del ricongiungimento oneroso dei contributi ("regalo" di Sacconi-Berlusconi nel 2010), promotrice dell'emendamento che allarga anche alle Casse dei professionisti il cumulo gratuito, che spiega: "Queste ultime non sono obbligate ad applicare la Fornero e hanno l'autonomia necessaria per recepire la legge secondo i propri regolamenti". E il senatore Giorgio Pagliari (Pd), che ha sostenuto la battaglia dei giornalisti per l'estensione del cumulo anche all'Inpgi, annuncia una interrogazione sul tema per chiedere l'applicazione del regime pensionistico più favorevole.

Nella conferenza stampa, a cui hanno partecipato anche la vice presidente del Pd e storica portavoce di Romano Prodi, Sandra Zampa, esponenti di vertice dell'Inpgi, dell'Inps e della Federazione della stampa (Fnsi), è stato affrontato anche il problema di chi, non essendoci ancora la legge sul cumulo, in questi anni per poter andare in pensione ha dovuto subire l'estorsione del ricongiungimento oneroso pagando somme ingenti, con rate che in molti casi si mangiano la metà e anche i due terzi della pensione "virtuale" . Per queste persone la legge non ha previsto alcuna misura risarcitoria, mentre ha dato la facoltà a chi ha in corso la ricongiunzione e non è ancora pensionato, di aderire al cumulo e richiedere la restituzione delle somme versate. Anche su questo tema Gnecchi e Pagliari hanno annunciato interrogazioni fotocopia alla Camera e al Senato per chiedere quanti sono quelli che hanno pagato negli ultimi sei anni, per quali importi e per sollecitare una norma a sanatoria. Damiano, dal canto suo, ha commentato: "Doversi ripagare la pensione dopo che la si è già pagata è un delitto contro la persona. Uno che ha lavorato 40 anni è giusto che vada in pensione, senza perdite né vantaggi. Il pagamento pro-quota della pensione, con ciascuna gestione che paga il proprio pezzo di pensione per gli anni di contributo versati, è un po' l'uovo di Colombo ma funziona. Se costa troppo liquidare le pensioni ricongiungendole in una sola, se ne paghino due”.

mercoledì 7 dicembre 2016

Sì del Senato alla Legge di Stabilità, il cumulo gratuito dei contributi anche per giornalisti e professionisti delle Casse privatizzate è legge


Evviva! Doppio Evviva! Dopo quello della Camera è arrivato il sì del Senato. Il cumulo gratuito dei contributi previdenziali per i giornalisti iscritti all'Inpgi e per i professionisti delle altre Casse privatizzate, è legge. L'assemblea di Palazzo Madama ha oggi approvato con la fiducia, senza modifiche, il testo della Legge di Stabilità già approvato a Monte Citorio che contiene anche la norma sul cumulo pensionistico.

Un cumulo dei contributi senza oneri che inizialmente era previsto soltanto per le gestioni previdenziali che fanno capo all'Inps, e che ora vale per tutti. L'allargamento della norma alle Casse autonome è merito, prima di tutto, dell'azione condotta con tenacia e intelligenza dall'onorevole Marialuisa Gnecchi (Pd) e dell'iniziativa di un gruppo trasversale di parlamentari che ha firmato e sostenuto il suo emendamento,tra i quali Giovanni Mottola (FI), Gian Luigi Gigli (Democrazia Solidale - Centro Democratico) e Rocco Palese (Gruppo misto - Conservatori e Riformisti).

Ma un po' di merito ce l'abbiamo anche il sottoscritto e Daniela Binello, due semplici giornalisti, romagnol-bolognese io, romana lei, che ci siamo impegnati in una battaglia quasi solitaria (nella categoria e nel sindacato dei giornalisti) per tentare di cancellare la vergogna del ricongiungimento oneroso: quella sorta di "estorsione di Stato" introdotta dal ministro Sacconi e dal governo Berlusconi nel 2010 che da 6 anni costringe i professionisti e molti colleghi che hanno carriere previdenziali spezzettate a doversi pagare i contributi due volte, e a peso d'oro, per poter raggiungere la pensione.

Quando partimmo, il 1 marzo, con una conferenza stampa organizzata alla Camera dei Deputati, non ci credeva nessuno: né la Fnsi e le due Associazioni stampa regionali che pure inizialmente aderirono all'iniziativa e parteciparono alla conferenza stampa (con il presidente nazionale Giuseppe Giulietti, il segretario di Stampa Romana, Lazzaro Pappagallo, e Giovanni Rossi dell'Associazione stampa Emilia-Romagna) senza poi fare concretamente nulla per sostenerla; né, probabilmente, gli stessi parlamentari che eravamo riusciti a coinvolgere: le onorevoli Gnecchi e Sandra Zampa e il senatore Giorgio Pagliari (tutti e tre del Pd). Eppure ce l'abbiamo fatta. L'emendamento per l'allargamento del cumulo alle Casse privatizzate è stato prima approvato dalla Commissione Lavoro poi dalla Commissione Bilancio della Camera, e ora il Senato ne ha sancito la trasformazione in legge.

Con la nuova normativa chi maturerà i requisiti contributivi e anagrafici per la pensione di vecchiaia (66 anni e 7 mesi dal 2020 per i giornalisti, dopo la riforma lacrime e sangue dell'Inpgi) o di anzianità (40 anni di contributi e 62 di età dal 2020), potrà andare in quiescenza anche se nella sua vita lavorativa i contributi li ha versati in gestione diverse, comprese quelle separate (ad esempio in Inpgi 1 e Inpgi 2 per i giornalisti), senza più doverli riunire nella gestione principale come accade oggi con il meccanismo della ricongiunzione onerosa. Significa, tanto per fare un esempio, che se un giornalista nel 2020 avrà 62 anni, 30 anni di contributi Inpgi1 e 10 di Inpgi2 (o di Inps, Enpals, Inpdap e altri) potrà andare in pensione senza dover pagare oneri, con l'assegno che verrà pagato pro-quota da ciascuna gestione.

Oggi invece, come è accaduto a me, per dover ricongiungere 10 anni di contributi Inpgi2 in Inpgi1 bisogna pagare cifre astronomiche, anche nell'ordine di diverse centinaia di migliaia di euro. L'unica alternativa, fino a oggi, era quella di aderire al meccanismo della totalizzazione dei contributi, che però calcola la pensione solo con il metodo contributivo, eroga perciò assegni molto più bassi e comincia a pagarli soltanto 21 mesi dopo la maturazione del requisito (finestra di uscita). Ora ce n'è una molto più vantaggiosa: il cumulo gratuito, con calcolo retributivo della pensione per chi ne ha diritto e senza lunghe finestre d'uscita.

Si stima che la nuova legge possa interessare nei prossimi tre anni circa 35mila professionisti (giornalisti compresi) mentre dal 2020 potrebbero uscire tra le 13 e le 15mila persone l'anno. Il cumulo, peraltro, non sarà oneroso per le Casse privatizzate. La legge prevede infatti come copertura un "definanziamento" per 210 milioni nei primi tre anni di applicazione del fondo per gli interventi strutturali e del fondo per le esigenze indifferibili; "definanziamento" che diverrà poi strutturale per 100 milioni a decorrere dal 2019.

Si tratta di una rilevante conquista di giustizia ed equità che interessa una platea complessiva di oltre 1,7 milioni di persone tra giornalisti, avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro, psicologi, chimici, geologi, biologi, medici, veterinari, infermieri, odontoiatri, agenti di commercio, agronomi, periti industriali, geometri, ragionieri, che con questa norma potranno raggiungere prima la pensione e senza oneri. Nella nostra categoria questa conquista rappresenta per molti colleghi un grande sospiro di sollievo. Nel mondo del giornalismo e dell'editoria le assunzioni a tempo indeterminato (Inpgi1) sono ormai una rarità, mentre proliferano partite Iva, frelance e contratti di collaborazione (Inpgi2), quindi carriere previdenziali spezzettate. Con la riforma dell'Inpgi che entrerà in vigore dal 2017, solo un a piccolissima minoranza di colleghi poteva ancora sperare di andare in pensione con 40 anni di Inpgi1. Ora anche per i precari si riapre la prospettiva di poter avere un giorno una pensione decente, e non a 70 e più.

Nel dopo referendum, almeno, #raccontatelegiuste


All'indomani del referendum è doveroso lanciare un nuovo hashtag: #raccontatelegiuste.

#raccontatelegiuste Grillo, Salvini, Meloni, Berlusconi, D'Alema, perfino Monti: adesso tutti a intestarsi il proprio pezzo di vittoria del No. Dimenticando che il 4 dicembre ci sono stati alcuni milioni di elettori che sono tornati a votare dopo anni di astensione: chi per difendere la Costituzione che abbiamo, chi perché non sopporta Matteo Renzi, chi perché parte del vento populista e anti-establishment che sta soffiando forte in tutto l'Occidente, chi per ricordare a una classe politica distratta che parla d'altro e vive nel mondo virtuale di internet che il Paese reale arranca e la nottata è tutt'altro che passata. Tutta gente che sfugge alle catalogazioni politiche classiche e ancor più alle direttive di partito. Gente che, comunque, ha votato con la propria testa.

#raccontatelegiuste Dicevano che la vittoria del No avrebbe causato il crollo dei mercati, fatto schizzare in alto lo spread, provocato una serie di altri disastri. Lunedì 5 dicembre Borse e spread erano stabili, e martedì 6 i mercati hanno addirittura volato in Italia e in Europa, con l'indice Ftse-Mib della Borsa Milano a +4,1%, e lo spread è sceso sotto quota 160. Poi la vittoria del No, come sarebbe stato per quella del Sì, non c'entrano probabilmente nulla: ma questo è un altro discorso.

#raccontatelegiuste Pare che dopo l'iniziale tentazione di scapparsene in America per almeno 6 mesi, Renzi e il Giglio magico vogliano andare a votare al più presto. Dicono che il Pdr (Partito di Renzi) può ripartire dal 40%, come il Pd alle Europee, e azzardano perciò un rilancio immediato, un altro "Renzi contro tutti", per evitare di farsi logorare da governi tecnici, istituzionali, o di scopo, e anche per consumare la vendetta nei confronti della minoranza Pd.

Dimenticando che alle europee del 2014 i votanti furono il 57,2% contro il 65,5% del referendum, che il Pd prese 11 milioni e 200mila voti contro i 13 milioni e 430mila del Sì, e che non tutti i Sì sono voti del Pd, o del PdR. Dimenticando che molti, pur non essendo renziani o elettori Pd, hanno votato Sì: chi perché convinto della bontà delle modifiche costituzionali, chi turandosi il naso perché preoccupato delle conseguenze politiche della vittoria del No. Sostenere il contrario, che i Sì siano tutti voti per Renzi, è un falso clamoroso smentito da tutti gli istituti di ricerca (il 40% degli elettori di Forza Italia, per esempio, avrebbe votato Sì), o più semplicemente un grande abbaglio.

#raccontatelegiuste Salvini, Grillo, Meloni - e ora parrebbe anche Renzi - dicono che bisogna andare a votare subito, domani, al più tardi a febbraio-marzo. A votare senza una legge elettorale omogenea, alla Camera con l'Italicum maggioritario sub judice della Corte Costituzionale (nonché la prima legge elettorale dichiarata defunta prima ancora del debutto) e il Consultellum proporzionale al Senato. L'udienza della Corte è fissata al 24 gennaio. Il che significa elezioni anticipate nell'estate o più probabilmente dell'autunno 2017. Chi le invoca subito, a prescindere, secondo voi, è uno che vuole bene all'Italia?

#raccontatelegiuste D'Alema, cioè il simbolo della "rottamazione" renziana, e altri esponenti della minoranza Pd hanno festeggiato la sconfitta di Renzi e non si sono certo stracciati le vesti per le dimissioni del Premier del loro stesso partito. Dall'altro lato, quello della maggioranza renziana, si sentono e leggono cose terribili sugli oppositori interni. I primi ora dicono che non vogliono scissioni, che "bisogna riunire il Pd". I secondi, che non vogliono fare il "partito della Nazione", né cacciare la vecchia sinistra dal nuovo "partito di Renzi".

Ma gli uni con gli altri in realtà si odiano. I capi dell'ex Pci-Pds-Ds e quelli ex Dc si detestano, marciano gli uni contro gli altri armati. Una rivalità che invece non sembra esserci tra gli elettori e quel che resta dei militanti. Anzi, nell'elettorato di sinistra l'incontro tra l'anima socialista e cattolica è fecondo, e lo spirito ulivista radicato. È al vertice, tra i big e i dirigenti intermedi, che hanno visioni opposte e non si sopportano più. Se stanno ancora insieme è solo per convenienza politica e personale. Del resto, cosa ci si poteva aspettare da un Pd che invece di nascere dal popolo è nato dal notaio, con separazione dei beni?

giovedì 24 novembre 2016

Il cumulo gratuito dei contributi previdenziali anche per precari, giornalisti e professionisti. Passa alla Camera l'emendamento per cui mi sono battuto

Contrordine. Il cumulo gratuito dei contributi previdenziali per tutte le categorie di lavoratori è stato approvato dalla Commissione Bilancio della Camera. Dopo l'ok della Commissione Lavoro era stato accantonato perché c'era la contrarietà del Governo e sembrava perciò destinato al binario morto. Ma uno schieramento trasversale di deputati (Gnecchi, Gigli, Palese, Mottola e altri) l'ha resuscitato ed è riuscito a farlo passare. Se arriverà anche l'ok del Senato, diventerà legge, cancellando così la vergogna delle ricongiunzioni onerose che da sei anni costringono i lavoratori a pagare due volte, e a peso d'oro, i contributi già versati. Significa che se uno ha maturato i requisiti anagrafici e contributivi per la pensione (ad esempio 40 anni di contributi e 62 di età, come sarà anche per i giornalisti a partire dai prossimi anni con la riforma dell'Inpgi) ma i contributi li ha versati in parte alla gestione Inpgi per i dipendenti (almeno 20 anni) e in parte alla gestione separata Inpgi per gli autonomi e i precari, o ad altri istituti previdenziali, potrà andare comunque in quiescenza senza dover ricongiungere il tutto nella gestione principale pagando una valangata di soldi, come accade oggi. Semplicemente, ciascuna gestione pagherà pro-quota il suo pezzo di pensione maturata.


Quando partimmo, il 1 marzo con la conferenza stampa organizzata da me e Daniela Binello alla Camera, non ci credeva nessuno: nè la Fnsi e le Associazioni stampa Romana ed Emiliano-Romagnola - che avevano dato una adesione solo formale all'iniziativa - nè, probabilmente, gli stessi parlamentari che avevamo coinvolto: i deputati Marialuisa Gnecchi e Sandra Zampa e il senatore, Giorgio Pagliari (tutti e tre del Pd). Eppure sembra che ce l'abbiamo fatta. Il cumulo gratuito dei contributi per chi li ha versati in gestioni diverse, ai fini dal raggiungimento sia della pensione di anzianità sia di quella di vecchiaia viene esteso anche all'Istituto di previdenza dei giornalisti (Inpgi) e alle altre Casse privatizzate, quelle dei professionisti (medici, architetti, ingegneri, ragionieri, geometri, commercialisti, agenti di commercio, ecc). Lo prevede l’emendamento approvato oggi, giovedì 24 novembre, dalla Commissione Bilancio della Camera, all’articolo 29 della Legge di Stabilità 2017.

Inizialmente il governo aveva previsto la facoltà del cumulo gratuito soltanto per le gestioni previdenziali che fanno capo all'Inps. Aveva così cancellato l'ingiustizia vessatoria del ricongiungimento oneroso dei contributi solo per una parte dei lavoratori, escludendo 1,7 milioni di professionisti, precari e giornalisti che sono assicurati con Istituti previdenziali autonomi. Si tratta della norma introdotta nel 2010 da Sacconi- Berlusconi che ha costretto in questi anni chi ha lavorato con contratti di lavoro e previdenze diversi (autonomi, partite Iva o cococo invece di lavoro dipendente; Inps, Casse autonome, gestioni separate) a pagare due volte, con importi esorbitanti, i contributi da ricongiungere nell'Istituto di previdenza principale per poter andare in pensione. Una vera e propria estorsione di Stato.

Se l'emendamento sarà confermato anche dal Senato, il cumulo gratuito verrà esteso a settori professionali caratterizzati da una forte mobilità e da contratti non subordinati, spesso aticipici, e aprirà un canale di uscita flessibile in settori che nel ultimi anni a causa della crisi e della precarizzazione del lavoro hanno registrato un crescente numero di versamenti a gestioni diverse. Si pensi al mondo del giornalismo e dell'editoria, dove ormai le assunzioni a tempo indeterminato (Inpgi1) sono una rarità, mentre proliferano partite Iva, frelance e contratti di collaborazione (Inpgi2 o altre gestioni separate). L'impegno di spesa per questo allargamento è ipotizzato in 430 milioni nel primo triennio. In questo periodo si stima che i pensionamenti consentiti dalla nuova norma possano essere oltre 45mila.

Le Casse privatizzate avranno, nel breve periodo, un maggior esborso dovuto al maggior numero di pensionamenti e un minor introito per il mancato gettito delle "estorsioni" dei ricongiungimenti onerosi, ma pagheranno pensioni più basse e quindi nel medio-lungo periodo potrebbero addirittura avere un risparmio. Comunque le Casse - ad eccezione dell'Inpgi che nei giorni scorsi a Bologna con la presidente Marina Macelloni e la direttrice Mimma Iorio si è detta favorevole al cumulo, anche tra Inpgi 1 e Inpgi2 - sono contro l'allargamento del cumulo e potrebbero fare pressioni per cambiare la norma al Senato, o anche imboccare la strada del ricorso costituzionale. Occorrerà quindi vigilare per evitare sorprese al Senato. Occorrerà,soprattutto, che le molte migliaia di lavoratori interessati si mobilitino affinché le Casse privatizzate invece di assecondare l'interesse dei propri iscritti cerchino di confermare lo staus quo e i loro interessi contingenti di Istituto.