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giovedì 23 novembre 2017

Giustizia lumaca, le cifre del disastro italiano e la mia personale esperienza: da 8 anni in causa per una controversia di lavoro, me ne aspettano almeno altri 5

Se è lumaca e arriva dopo 8-10 anni e anche più, che giustizia è? Se poi i tempi infiniti delle cause riguardano il lavoro, con un licenziamento o una controversia contrattuale che modificano da subito la vita dell'interessato e richiederebbero perciò sentenze tempestive, che senso ha?

Per fortuna che con l'abolizione dell'articolo 18 e la riforma Fornero le controversie lavorative dovevano sfociare in "processi brevi". Alla fine del 2014, secondo l'Istat, erano ben 4 milioni e 200mila i processi civili di primo grado pendenti in Italia, di cui 470mila per cause di lavoro. In secondo e terzo grado, tra Appello e Cassazione, giacevano invece 520mila cause, di cui 126mila per controversie lavorative. E la durata media per arrivare a una sentenza definitiva al terzo grado di giudizio era di circa 8 anni. Secondo il Ministero della Giustizia la situazione è migliorata. A fine 2016 le cause civili di primo grado erano scese a 3 milioni e 800mila, con una durata media di 1.150 giorni, un po' più di tre anni. Ma siamo sempre, largamente, il fanalino di coda d'Europa. In Italia ogni anno rimangono pendenti 45 processi ogni mille abitanti, contro i 24 della Francia, i 18 della Spagna e i 9 della Germania. E i tempi medi italiani per le sentenze di primo grado sono, mediamente, il doppio rispetto alla media europea. Nell'Unione europea peggio di noi fa solo Cipro.

Per farvi capire meglio come vanno le cose, vi racconto la mia esperienza personale in materia. Era il 2009. Da dieci lavoravo come capo ufficio stampa della Provincia di Bologna dopo quasi vent'anni da giornalista professionista nei quotidiani. Qualifica di capo redattore, stipendio commisurato alla carica, incarico prima part-time poi a tempo pieno, ma contratti cococo, sempre rinnovati senza un solo giorno di interruzione. L'allora presidente della Provincia e il direttore generale, dopo avermi assicurato la loro volontà di rinnovare e consolidare la collaborazione per altri cinque anni con contratto giornalistico, all'ultimo decisero di non rinnovarmi l'incarico. C'erano, in quel periodo, altre situazioni di precariato legalizzato alla Provincia di Bologna che, non potendo assumere per il blocco del turnover, sopperiva alle carenze di personale attivando consulenze, contratti a tempo e a progetto. Una ispezione dell'Istituto di previdenza dei giornalisti (Inpgi) all'ufficio stampa appurò che il mio contratto cococo mascherava, in realtà, un rapporto di lavoro di natura subordinata. L’Inpgi multò la Provincia di 50mila euro per la violazione contrattuale – violazione piuttosto clamorosa dal momento che le Province avevano la delega alle politiche del lavoro - e le impose di versare 80mila euro di contributi previdenziali arretrati di lavoro dipendente.

L'Ente presentò ricorso per via amministrativa e il ricorso venne respinto in entrambi i gradi di giudizio previsti, in primo grado a Bologna e in appello a Roma. Invece di sanare la situazione, il datore di lavoro pubblico decise di promuovere una causa civile contro l'Inpgi, con tanto di richiesta di risarcimento danni. Il 5 dicembre 2013 - quando erano già passati quattro anni dal verbale degli ispettori Inpgi - il giudice del lavoro del Tribunale di Roma respinse in toto il ricorso e condannò la Provincia al pagamento in favore dell'Inpgi dell'importo di 148.500 euro e al pagamento per intero delle spese processuali. Nelle motivazioni, il giudice scrisse che l'istruttoria aveva dimostrato “la natura subordinata del rapporto di lavoro, esattamente come rilevato nel verbale di accertamento impugnato". E concludeva: "Ne consegue l'assoluta infondatezza del ricorso e della domanda di risarcimento danni".

Storia chiusa? Macché. La Provincia di Bologna fece ricorso in appello contro la sentenza. L’udienza venne fissata al 2 dicembre 2015, sei anni dopo l'ispezione. Poco prima di quella data, l'appello venne rinviato di un anno con l'incredibile motivazione che bisognava dare il tempo alla Città Metropolitana, che nel frattempo aveva sostituito la Provincia, di potersi costituire adeguatamente in giudizio. A fine 2016 arrivò, d'ufficio, un altro rinvio di un altro anno, perché il relatore preposto nel frattempo era andato in pensione. Il 22 novembre scorso, alla vigilia dell'appello, è arrivato il terzo rinvio d'ufficio, questa volta di "soli" cinque mesi, per permettere un'altra sostituzione del relatore. All'11 aprile 2018, nuova data dell'appello, saranno passati otto anni e mezzo dal verbale dell'Inpgi, e non è affatto detto che la causa non slitti ulteriormente e si concluda alla prima udienza. Senza contare che c'è sempre la possibilità del ricorso in Cassazione, con tempi che, a Roma, viaggiano sui tre-quattro anni. Probabile, quindi, che si arrivi al 2021-2022, tredici anni dopo la messa in mora della Provincia.

Nel frattempo io, a fine 2009 e a 53 anni, avevo perso il lavoro, la crisi aveva chiuso tutte le porte per trovarne uno nuovo e stabile, ero stato costretto per sette anni a campare di contratti a termine e collaborazioni giornalistiche passando da una condizione "privilegiata" alla precarietà assoluta: dalle stelle alle stalle, come si dice, senza uno stipendio certo, con la famiglia da mantenere, il mutuo da pagare, una quotidianità e uno stile di vita da rimodulare completamente. Questo fino al raggiungimento della pensione, nel 2016, con un assegno pesantemente decurtato dai mancati contributi di lavoro dipendente della Provincia e dalla norma capestro delle ricongiunzioni onerose che mi ha costretto a contrarre un mutuo di 12 anni con l'Inpgi per poter andare in quiescenza. Viva la giustizia. Viva l'Italia.

domenica 17 settembre 2017

"I comunisti nella terra dei preti", grande partecipazione, intensità ed emozione alla presentazione del libro a Brisighella

Grazie Brisighella. Grazie amici e compagni. Grazie a voi famigliari dei protagonisti che siete venuti commossi e felici di vedere raccontata in un libro questa bella storia, la vostra storia. Grazie a Vasco Errani che ha fatto un intervento di alto spessore sull'etica, la passione, il disinteresse personale in favore del bene comune che caratterizzavano i personaggi raccontati in questo libro e che la politica di oggi e dei partiti personali sembrano avere dimenticato. Grazie soprattutto a Viscardo Baldi, che da dieci anni coltivava questo "sogno" e che assieme a me ha realizzato il progetto di questo libro che, senza di lui, non sarebbe mai stato pubblicato. 

C'era tanta gente ieri, sabato 16 settembre, nella Casa del popolo di Brisighella, alla presentazione de "I comunisti nella terra dei preti". C'erano i compagni e le compagne del Pci di Brisighella ancora viventi raccontati nel libro e testimoni diretti di questa storia, i famigliari commossi di chi non c'è più, che in qualche caso si sono portati figli e nipoti "perché è giusto che sappiano", diversi "comunisti" venuti dal faentino e anche da Ravenna, un ex sindaco democristiano e altri avversari (avversari, non nemici) politici del tempo, tanti semplici cittadini curiosi di riscoprire un pezzo importante, 70 anni di storia della loro comunità.















Brisighella mi vuole bene. E mi porta fortuna. Io cerco di ricambiare restituendo a quella comunità un po' della sua memoria del secolo scorso, raccontando le storie spesso dimenticate di tanti suoi concittadini che hanno dato l'anima e a volte anche la vita per il bene comune, ricostruendo alcune delle tragedie del fascismo e della guerra, le passioni ideali e le vicende umane e politiche che hanno contraddistinto drammaticamente il Novecento. 

Per la presentazione del mio primo libro, "Arriverà quel giorno", sulle storie e le lettere dei soldati brisighellesi dal fronte e dai campi di prigionia, nel 2000 si riempì il bellissimo teatro comunale, oggi purtroppo chiuso. Consegnammo a decine di famiglie le copie di quelle lettere sconosciute dei loro cari, rintracciate negli archivi del Comune, e fu per tutti una grandissima emozione. Conservo gelosamente e con orgoglio la lettera con cui il sindaco di allora, Cesarino Sangiorni, mi esprimeva la gratitudine della comunità per averle restituito quel pezzo di storia e memoria. 





Cinque anni fa, nel 2012, presentai invece il libro "Gli intrighi di una Repubblica", su San Marino e sulle vicende che portarono, nel 1957, l'Amministrazione americana - incredibile ma vero -, il governo italiano guidato da Adone Zoli e la Dc di Amintore Fanfani a organizzare un colpo di Stato per rovesciare il legittimo governo social-comunista del Titano, che nonostante la sconfitta del Fronte popolare del 18 aprile 1948 e i continui boicottaggi dell'Italia democristiana continuava imperterrito a vincere tutte le elezioni. Gli americani non tolleravano quell'avamposto comunista nell'Occidente "democratico", così, non riuscendo a far cadere i "rossi" con le armi della democrazia (le elezioni), convinsero la Dc a porre fine a quella "anomalia" ricorrendo alla corruzione e alla forza: i democristiani "comprarono" un consigliere avversario per conquistare la maggioranza nel Consiglio grande, insediarono un governo fantoccio sul confine tra Italia e San Marino, Scelba mandò i blindati a presidiarlo e l'ambasciatore Usa in Italia si precipitò a riconoscerlo come governo legittimo. Una vicenda che vide protagonista anche un brisighellese, Sesto Liverani, il comandante partigiano "Palì", primo sindaco comunista di Brisighella, chiamato per la sua fama di "uomo d'azione" a dirigere la Gendarmeria di San Marino per difendere - inutilmente - la piccola Repubblica dagli "assalti" dell'opposizione democristiana sostenuta dall'Italia e dagli Usa. A presentare il libro venne Sergio Zavoli, che mi aveva aiutato a ricostruire quella vicenda e aveva firmato la prefazione al libro, e anche in quell'occasione la sala si riempì.


Ieri è accaduta la stessa cosa con "I comunisti nella terra dei preti", ma con molta più intensità e partecipazione emotiva. Sala Ambra della Casa del popolo strapiena, 120-130 persone, tanti bei volti emozionati e attenti, le mogli, i figli e i nipoti dei protagonisti di questa storia, un'ottantina di libri venduti. Bravissimo Viscardo, che ha organizzato tutto (sala, presentazione, inaugurazione della targa ai costruttori della Casa del popolo, buffet) alla perfezione e ha fatto un discorso commosso e commovente. Molto sentito l'intervento di Vasco, apprezzati quelli degli storici Dianella Gagliani e Alberto Malfitano. Eccellente la conduzione di Gabriele Albonetti. Ma il regalo più bello, per me, sono stati gli sguardi di riconoscenza, le parole, le strette di mano e gli abbracci delle mogli, dei figli o dei nipoti che questa storia l'hanno vissuta, ce l'hanno raccontata e ci hanno aiutati a scriverla perché se ne conservi la memoria. "Ci avete fatto un bellissimo regalo", mi hanno detto in molti. E molti mi hanno mandato messaggi e testimonianze dello stesso tenore, commoventi. "No, il regalo me l'avete fatto voi ad aprire i vostri cassetti dei ricordi e i vostri cuori. Grazie Brisighella. Grazie a tutti voi, di cuore. Davvero

martedì 12 settembre 2017

Brisighella ai tempi del Pci

Ormai ci siamo. Fervono i preparativi per la presentazione-evento di sabato 16 settembre a Brisighella. Viscardo Baldi ha già preparato la sala nella Casa del Popolo. Vasco Errani ci sarà. E con lui Gabriele Albonetti, gli storici che hanno firmato i loro contributi al libro, ex dirigenti locali e provinciali del Pci, esponenti di altri parti, autorità cittadine. Soprattutto vogliamo che ci siate voi: i compagni e le compagne protagonisti di questa bella storia.





Di seguito il programma della giornata.



"I comunisti nella terra dei preti"
Brisighella, sabato 16 la presentazione del libro con Vasco Errani

Casa del Popolo, via Barduzzi 11, dalle ore 10 



Sabato 16 settembre, con inizio alle ore 10, nella sala Ambra della Casa del Popolo, in via Barduzzi 11, a Brisighella, presentazione-evento del libro "I comunisti nella terra dei preti - Storia e personaggi del Pci, Brisighella 1921.1991", scritto da Claudio Visani e Viscardo Baldi, pubblicato da Valfrido (Faenza) con il contributo della Fondazione Bella ciao, la collaborazione dell'Istituto storico della Resistenza di Ravenna e provincia, il patrocinio della Fondazione Gramsci, dell'Anpi e del Comune di Brisighella.

Presiederà e dialogherà con gli autori, Gabriele Albonetti. Saranno presenti gli storici Alberto Malfitano, Marco Serena e Dianella Gagliani, autori, rispettivamente, dell'introduzione, del prologo e della postfazione del libro. Interverrà Vasco Errani, che ha firmato la prefazione.

Alla presentazione sono stati invitati i protagonisti (superstiti e familiari) della storia del Pci a Brisighella, ex militanti e dirigenti locali e provinciali di quel partito, esponenti delle altre forze politiche, le autorità cittadine. Al termine della presentazione verrà inaugurata dalla segretaria provinciale del Pd, Eleonora Proni, all'esterno dell'edificio, una targa in onore dei costruttori della Casa del Popolo. Seguirà il brindisi e un buffet gratuito per tutti i partecipanti.


Qui sotto alcune foto storiche del libro









E qui l'abstract del libro e le note sugli autori 


Brisighella è nota per essere "la città dei cardinali". Dal dopoguerra agli anni Ottanta era, assieme a Faenza, "l'isola bianca" della Romagna comunista e Repubblicana. Ma agli inizi del secolo scorso era l'idea socialista a prevalere. E dopo la scissione di Livorno che nel 1921 diede vita al PCd'I, i comunisti brisighellesi furono tra i primi ad aprire sezioni del nuovo partito e a subire, poi, le persecuzioni del regime fascista. Attivi nell'attività antifascista clandestina e protagonisti della Resistenza, i militanti e i dirigenti del PCI riuscirono poi, nel dopoguerra, nonostante la dura sconfitta del 18 aprile 1948 e il successivo predominio della Dc e dei potentati ecclesiastici del territorio, a costruire un partito di massa, di lotta e di governo, che ha espresso tre sindaci e che ha avuto fino a 800 iscritti su poco più di 2.000 elettori.

Questo libro racconta la storia del Partito comunista a Brisighella, dalla nascita nel 1921 alla trasformazione nel Partito democratico della sinistra (PDS) avvenuta nel 1991. La racconta sulla base di una ricca documentazione - scritta e fotografica - recuperata in diversi archivi. La racconta, soprattutto, ricostruendo le storie e le vicende personali e politiche dei "comunisti brisighellesi nella terra dei preti" che quella storia l'hanno faticosamente costruita e vissuta. Una ricostruzione frutto delle testimonianze dirette di chi c'è ancora e, per chi non c'è più, di vedove, figli, nipoti, amici e compagni di lotta. Un recupero della memoria che fa scoprire pagine drammatiche e commoventi di chi all'ideale politico e di partito ha sacrificato tutto, a volte anche la vita: come Luigi Fontana, uno dei fondatori del PCd'I, arrestato, condannato e morto per le conseguenze delle torture e della carcerazione; o come Renato Emaldi, il professore di Fusignano venuto a morire nei monti brisighellesi per la causa comunista e della Resistenza.

Da questo lavoro emerge uno spaccato di 70 anni di storia di una comunità, oltre che di un partito. Non solo. Osservando le storie personali e le vicende politiche del "microcosmo brisighellese" si ripercorrono e si comprendono alcuni dei passaggi più significativi della storia d'Italia: dall'insorgere del regime fascista alle persecuzioni dei "sovversivi" e all'attività clandestina dei comunisti nel Ventennio, dalla tragedia della Guerra al riscatto democratico della Resistenza e della Liberazione dall'occupazione tedesca, dalle battaglie unitarie di braccianti, mezzadri e operai nel primo dopoguerra alle contrapposizioni politiche e ideologiche tra social-comunisti e democristiani degli anni Cinquanta e Sessanta, dal movimento del Sessantotto per l'emancipazione giovanile e femminile al Compromesso storico e alla stagione politica del Pentapartito.


Autori

Claudio Visani è nato nel 1957 a Brisighella e vive a San Giovanni in Persiceto. Giornalista dal 1984, ha lavorato per oltre vent'anni a l'Unità, di cui è stato anche redattore capo delle cronache dell'Emilia-Romagna. Collaboratore di diverse testate - tra cui Il Venerdì e Viaggi di Repubblica, Focus e Globalist - blogger di Huffington Post e con il proprio blog Martin Pescatore. Con la casa editrice Pendragon ha pubblicato nel 2000 "Arriverà quel giorno - Lettere dal fronte e dai campi di prigionia (1943-1945"), con la prefazione di Roberto Roversi, e nel 2012 "Gli intrighi di una Repubblica - San Marino e Romagna, ottant'anni di storia raccontata dai protagonisti", con la prefazione di Sergio Zavoli.


Viscardo Baldi è nato nel 1948 a Brisighella dove tutt'ora vive. Operaio metalmeccanico alla Comet dal 1968 al 1973. Funzionario del PCI dal 1974 al 1988. Dal 1989 per circa 20 anni impiegato/tecnico della Confederazione Italiana Coltivatori di Faenza. ha ricoperto diversi incarichi pubblici: vice presidente del Comprensorio Faentino, assessore comunale nella giunta del sindaco Amos Piancastelli, vice sindaco nelle giunte di Tiziano Samorè e Cesare Sangiorgi, presidente del Consiglio comunale con l'amministrazione del sindaco Davide Missiroli.


Maggiori info www.brisighella-ai-tempi-del-pci.it

martedì 5 settembre 2017

"I comunisti nella terra dei preti": storia di una passione. Vi racconto come e perché è nato questo libro



Ormai ci siamo. Domenica 10 settembre un'anteprima di riscaldamento alla FestaUnità di Ravenna (ore 21 alla libreria, area Pala De Andrè). E sabato 16, a partire dalle 10 nella Casa del Popolo di Brisighella, la prima vera presentazione, quella a cui teniamo di più, che il mio socio Viscardo Baldi, co-autore del libro, sta lavorando per trasformare in un evento che coinvolga tutti coloro che questa storia l'hanno costruita, vissuta, condivisa, o anche solo rispettata. A moderare l'iniziativa sarà Gabriele Albonetti. Dialogheranno con gli autori gli storici che hanno recensito il libro (Alberto Malfitano, Dianella Gagliani, Marco Serena) e alcuni dei protagonisti della storia del PCI, interverrà Vasco Errani. Il programma prevede anche l'inaugurazione di una targa dedicata ai costruttori della Casa del Popolo e, per finire, un buffet per tutti i partecipanti.


Nel libro c'è la storia degli uomini e delle donne che attraverso le loro vicende personali, sociali e politiche hanno fatto la storia del Pci a Brisighella. E' la storia dei "comunisti nella terra dei preti", ovvero di una città guelfa per eccellenza, dalle profonde radici cattoliche, madre di 7 cardinali e patria di vari potentati religiosi, assieme a Faenza "isola bianca" della Romagna comunista, repubblicana e mangiapreti. Sono 70 anni di storia, dal 1921 quando nacque il Partito comunista d'Italia al 1991 quando il Partito comunista italiano cambiò nome e diventò Partito democratico della sinistra. Ma sono anche 70 anni di storia di un'intera comunità: dai moti anarchici e social-comunisti dell'inizio del secolo scorso alle prepotenze e alla violenza del Ventennio fascista; dalle atrocità della guerra alla Resistenza e alla liberazione dall'occupazione tedesca; dalla rinascita civile e democratica, al trionfo della Dc del 18 aprile 1948 e alla Guerra Fredda; dagli anni del boom economico, alle lotte di classe tra poveri e ricchi e alle contestazioni Sessantottine; dalla grande avanza del Pci degli anni Settanta al Compromesso storico e alla triste stagione del Pentapartito. Tutte vicende che Brisighella ha vissuto direttamente. Una grande storia, quella del Pci, raccontata con lo sguardo di una piccola comunità. Il tentativo di restituire il ricordo e l'onore a chi ci ha creduto, e la memoria di un pezzo significativo della loro storia recente a tutti i brisighellesi.

Quando Viscardo mi propose di scrivere questo libro, parecchio tempo fa, io avevo da poco perso il lavoro, dovevo fare i salti mortali con le collaborazioni per tirare avanti (dura la vita dei precari, anche da giornalisti) e non avevo tempo e possibilità di dedicarmi a un lavoro impegnativo di ricerca e scrittura, per di più non retribuito. Ma non mi convinceva nemmeno l'idea originaria che aveva mosso Viscardone: scrivere un libro storico sul Pci a Brisighella. L'intento era encomiabile: la sua volontà di ricordare una storia che non c'è più per i tanti compagni e le tante famiglie che l'hanno vissuta, attraverso le ricostruzioni storico-politiche, i documenti e le foto che lui, da segretario del Pci e anche dopo, ha conservato gelosamente nell'archivio del Partito, all'interno della Casa del Popolo che i comunisti costruirono con le proprie mani, la propria fatica e i propri soldi negli anni Cinquanta, che oggi è ancora lì, ristrutturata, più bella di prima e ancora viva. Ma io non sono uno storico, sono un giornalista, tutt'al più un narratore. Un libro così, da storico, non sarei stato in grado di farlo, non avrei avuto le competenze necessarie per scriverlo. Per cui subito dissi no a Viscardo e presi tempo, con l'impegno di riparlarne più avanti.

Però a Brisighella io sono legato, il Pci è stato anche parte della mia famiglia e della mia vita, la mia scuola giovanile. E l'idea di contribuire a realizzare quel sogno nel cassetto di Viscardo, raccontando però quella storia a modo mio, mi intrigava. Così quando sono andato in pensione l'ho chiamato e gli ho detto: Viscardo, ci sto, ma la storia del Pci bisogna scriverla raccontando chi erano le persone che l'hanno costruita, le loro storie personali e famigliari, la società e le vicende brisighellese nei diversi periodi, nel loro contesto storico. Bisogna fare un libro diviso in due parti: una narrativa - ed è la parte che forse sono capace di fare io -  e una storico-documentale, che è la parte che puoi curare tu. L'idea l'ha convinto e siamo partiti.

Siamo andati a cercare i pochi sopravvissuti di questa storia, le loro ex mogli o vedove (ex mariti o vedovi non ne abbiamo trovati), i loro figli, nipoti, compagni e amici e abbiamo cominciato a raccogliere le loro testimonianze, i loro ricordi. E mano a mano che andavamo a intervistare queste persone si aprivano dei mondi: emergevano squarci di storia in gran parte sconosciuti, si scoprivano vicende e tratti di quei personaggi che nessuno aveva mai raccontato, venivano alla luce documenti, aneddoti, foto e soprattutto episodi - dai più drammatici dei periodi fascista e della guerra a quelli spesso tragicomici del dopoguerra - di cui finora si sapeva poco o nulla.

Chi sapeva o aveva mai raccontato le storie dell'umile calzolaio Domenico Ragazzini, Mingò, che aprì  la prima sezione del PCdI nella porta accanto a quella dei futuri cardinali Cicognani? Chi ha mai scritto delle torture subite in carcere che portarono alla morte Luigi Fontana, pure lui calzolaio, fondatore del Partito a Brisighella assieme ai fratelli Menotti, Amerigo e Pietro Poggiali, che di mestiere facevano i "canapini", realizzando le corde dalla canapa? Chi conosceva la storia dell'ex anarchico fognanese Amedeo Liverani, Ravasol, che fu condannato a 9 anni come sovversivo, divenne comunista in carcere e quando tornò a casa organizzò il primo gruppo di 15 combattenti partigiani che salirono da Sant'Eufemia verso Monte Colombo, assieme a Ermenegildo Gildo Montevecchi e Renato Emaldi, il professore di Fusignano riparato sui nostri monti per sfuggire ai fascisti che ebbe un ruolo fondamentale nel convincere i giovani a scegliere la lotta armata e che in questi stessi monti fu poi assassinato? E chi aveva mai saputo del diario scritto in carcere, come Antonio Gramsci, da Gildo Montevecchi? Chi ha mai scritto cosa fecero Sesto Liverani, Palì, e lo stesso Gildo, nei loro mandati come primi sindaci comunisti di Brisighella, uno nominato dal CLN e l'altro eletto? E chi aveva mai raccontato, come hanno fatto Bruna Alpi e Alba Ponti, i loro mariti Sante Moretti e Amos Piancastelli  - principali costruttori del PCI di massa e di governo degli anni Sessanta e Settanta - così intensamente, nel loro intimo, nel loro vivere quotidiano, nella vita difficile imposta alle rispettive mogli e famiglie dalla loro dedizione totale al Partito, all'idea comunista e alla causa dei più deboli?

Ci sono voluti 9 mesi per scrivere questo libro, e uno per convincere Viscardo che il titolo "I comunisti nella terra dei preti" era quello giusto. "Non mi piace per niente", disse quando glielo proposi. Poi è diventato il primo convinto sostenitore del titolo, che - mi pare - è un bel titolo e racchiude bene il senso di questa storia. Una compagna diversamente giovane mi ha scritto: "Il libro l'ha letto prima mio fratello e ora l'ha portato a nostra sorella che è in ospedale: le tiene compagnia, leggendolo fa esercizio di memoria, gli fa tornate alla mente tanti momenti vissuti. Grazie. Io ne comprerò un'altra copia per passarla ai miei figli ... debbono conoscere". Mi ha commosso. Sì. ci sono voluti 9 mesi di lavoro ma ne valeva la pena. Grazie a Viscardo. Grazie a Amos che non c'è più ma è sempre stato con me durante questo viaggio. Grazie a Primavera Baldi che se n'è andata dopo poco avermi raccontato la storia di suo zio Luigi Fontana, che ci teneva tanto venisse scritta da qualcuno. Grazie a tutti quelli che mi hanno aiutato a raccontare questa bella storia. "la storia di una passione", come l'ha definita lo storico Alberto Malfitano. E grazie a tutti quelli che avranno voglia di leggerla.

venerdì 28 luglio 2017

Casale di Brisighella, l'eccidio dimenticato dei martiri senza nome


Nelle foto: a sinistra in alto, Gino Carnaccini; a destra, Amilcare Piancaldini con moglie e figli. Sopra, un'immagine storica della liberazione di Brisighella il 4-5 dicembre 1944, con gli alleati che risalgono la strada del Monticino. 


Estate 1944, Brisighella è ancora sotto l'occupazione nazifascista, gli alleati anglo-americani temporeggiano a sud della linea Gotica, sui monti a combattere per la liberazione ci sono i partigiani. La notte del 20 luglio un gruppo di combattenti guidato da Sesto Liverani, nome di battaglia Palì, comandante del Distaccamento "Celso Strocchi", tende un agguato a una macchina tedesca che sale lungo la statale che va da Brisighella (Ravenna) verso Marradi (Firenze), nei pressi della frazione di Casale, all'incrocio con la via Aurora. Nell'assalto muoiono alcuni soldati tedeschi (cinque secondo il comando della Wehrmacht, uno o due secondo testimonianze locali) e un partigiano rimane ferito. Il giorno dopo scatta la rappresaglia nella zona di Casale e nelle adiacenti Valcasale e Valle di Tura. Due case, I Poggioli e Valbonella, sospettate di avere dato riparo ai partigiani, vengono incendiate. La legge dei nazifascisti è: 10 civili fucilati per ogni tedesco ucciso. Vorrebbero portarne via 50, ma ne trovano "solo" una trentina, quasi tutti maschi anziani. "Kaputt, kaputt", urlano alle loro famiglie disperate. Li tengono prigionieri prima in una casa di campagna in località Pietramora, poi nell'obitorio di Brisighella. Il clima tra la popolazione locale è pesante. Pochi giorni prima, il 17 luglio, c'è stato l'eccidio di Crespino, località dell'Appennino tosco-romagnolo (43 civili uccisi, compreso il parroco), il capo delle Camicie nere del luogo, Amadio Cavalli, teme disordini e ritorsioni, la Resistenza è forte e agguerrita, sostenuta dalla popolazione, e la guerra ormai è persa.

Cinque giovani carcerati da fucilare al posto dei civili

Forse fascisti e tedeschi si convincono che è meglio evitare una nuova strage di civili. Sta di fatto che decidono un altro tipo di rappresaglia, più "politica". Vanno a prelevare cinque prigionieri, che etichettano come "partigiani comunisti", che sono detenuti nell'ex brefotrofio di Forlì trasformato in carcere di tortura dalle SS, e li portano a Casale, sul luogo dell'agguato. Sono tutti giovani, uno è mutilato a un piede. Il camion con i condannati a morte arriva all'imbrunire davanti all'Osteria del paese. Il plotone d'esecuzione scende e armi in pugno ordina ai civili presenti di chiudersi nelle case e di serrare le imposte. Poco dopo da quelle case e da tutta la valle si ode il crepitio lugubre delle raffiche di mitra. Le famiglie sono terrorizzate: quelle che hanno congiunti arrestati pensano che siano stati fucilati, le altre che tra poco toccherà anche a loro. E' già buio quando tedeschi e fascisti fanno uscire tutti dalle case, minori e donne comprese, in tutto una cinquantina di persone, e li raggruppano, spingendoli con il calcio dei fucili, contro il muro esterno dell'Osteria. Poi li mettono in fila e li costringono a una mesta processione verso la casa dei Poggioli.

Un macabro rito attorno ai cadaveri
Lì, a ridosso della Statale, ci sono i corpi distesi di quei cinque poveri disgraziati. Non gli hanno nemmeno dato il colpo di grazia, almeno uno di loro è ancora vivo e si muove. I civili sono costretti a scavalcare quei corpi e a guardare i loro visi in segno di spregio, mentre un ufficiale tedesco spiega loro cosa succede ai "ribelli" e a chi li aiuta. Lo stesso macabro rito si ripete l'indomani mattina, questa volta con gli abitanti delle case delle valli scesi in paese per verificare se i colpi della sera prima erano stati diretti ai loro cari arrestati. I corpi sono ancora lì, distesi a terra. Sul sangue rappreso dei loro volti si posano già le mosche. I repubblichini li irridono anche da morti: "Guardate quello che ghigno che fa... Guardate gli occhi sbarrati di questo, e il piede storto di quell'altro", dicono sghignazzando alle persone che costringono a girare attorno ai cadaveri. Poi prendono tre o quattro uomini, danno loro delle pale e ordinano di scavare una buca quadrata grande abbastanza per contenere i cinque corpi. Finito il lavoro, buttano dentro i cadaveri alla rinfusa. Tre cadono allineati, il quarto sopra di loro, l'ultimo di traverso: è un ragazzo giovane, l'unico vestito elegante e ha una scarpa ortopedica. Uno degli improvvisati becchini vorrebbe calarsi nella fossa per metterlo almeno in fila come gli altri. "Se vuoi rimanere lì dentro pure tu, fai pure", gli urla il capo dei fascisti. La fossa viene fatta richiudere così, senza una benedizione, senza una croce o un altro segno di riconoscimento. I civili vengono rimandati nelle loro case. Chi ha potuto constatare che tra i morti non c'è il proprio marito o babbo o fratello rastrellato, va a ringraziare la Madonna del Poggiale per aver graziato il proprio congiunto.

I responsabili dell'eccidio in libertà e le vittime dimenticate
Diverse testimonianze degli anziani del luogo ricordano che la sera della fucilazione era quella del 2 agosto. La ricordano bene, quella data, perché il 2 agosto si celebrava la festa "dell'indulgenza" o del "perdono": una usanza religiosa istituita ad Assisi per un episodio della vita di San Francesco e diffusa in molte parrocchie del centro Italia, Romagna compresa. Anche in un documento ufficiale dello stato maggiore tedesco è scritto che il 2 agosto "a seguito dell'uccisione di 5 camerati in un attentato in località Casale di Brisighella" sono stati "rastrellati e giustiziati 5 partigiani comunisti prelevati dal carcere di Forlì". In un processo della Corte d'Assise Speciale di Ravenna che il 17 gennaio 1946 condannerà alcune centinaia di fascisti per i misfatti compiuti in diverse parti del territorio, si fa invece riferimento alla data del 5 agosto 1944 per l'eccidio di Casale. I sei fascisti accusati di aver presenziato alla fucilazione verranno condannati a pene piuttosto lievi e alla fine tutti amnistiati. Dei capi tedeschi che ordinarono quell'esecuzione non s'è mai saputo nulla. E mentre i responsabili l'hanno fatta franca, delle vittime si sono perse le tracce. Negli atti del processo di Ravenna i nomi di quei poveri martiri non ci sono. I registri del brefotrofio-carcere di Forlì non esistono, perché chi era portato lì non veniva registrato, e comunque i tedeschi prima di ritirarsi hanno bruciato tutto. Gli unici nomi sono riportati dal bibliotecario del Comune di Forlì, Antonio Mambelli, collaboratore del Resto del Carlino, che il 6 agosto 1944 scrive:

"I tedeschi catturano e fucilano in Casale di Fognano il maestro Gino Carnaccini di 25 anni forlivese, un Amilcare Piancaldini da Firenzuola ed altri due di cui ignorasi il nome: i 4 infelici sono sepolti in una fossa comune. Sembra che uno di essi sia Pasquale Comandino di Aristide di anni 17, da Cesena. La famiglia Carnaccini, disperata per la scomparsa del congiunto, invano si era recata alla federazione fascista; i tedeschi fucilano, inoltre, il partigiano Giuseppe Giacomoni da Longiano".

Solo due vittime su cinque hanno un nome
Ma solo di Gino Carnaccini e Amilcare Piancaldini si avrà in seguito conferma. Gli altri due risulteranno morti in luoghi e date diverse, e il quinto rimarrà ignoto. Vittime dimenticate di una strage dimenticata. Col passare degli anni, infatti, della strage di Casale si perde la memoria. Si ricorda che alcuni civili del luogo all'indomani dell'eccidio avevano messo un masso ai bordi della fossa comune dove il 2 agosto di ogni anno qualcuno portava dei fiori, mentre in chiesa il prete diceva messa. Poi i corpi vengono riesumati (ma tre di loro non si sa dove siano stati portati), il masso è rimosso, il luogo della fucilazione viene inglobato nel piazzale di un frantoio della ghiaia, le celebrazioni annuali sono interrotte. Nel 2000 un libro, "Arriverà quel giorno" (Pendragon) e la pubblicazione dell'Atlante delle stragi nazifasciste in Italia riporta alla luce quella strage dimenticata il Comune intitola finalmente una strada ai "Martiri di Casale". Ma i nomi dei martiri ancora non ci sono.

La ricerca dell'Anpi per dare onore e dignità a quei giovani innocenti
L'Anpi di Brisighella, attraverso l'impegno tenace di due volontarie - Tiziana Montanari e Luciana Laghi - avvia una ricerca e riesce a ricostruire l'identità certa di due vittime: Gino Carnaccini e Amilcare Piancaldini. Rintraccia le famiglie delle vittime, ai figli e nipoti di quella strage dimenticata si apre un mondo di emozioni, ricordi e restituzione della dignità ai loro congiunti martiri.

Gino Carnaccini, l'invalido che pensava di non avere nulla da temere

Il primo dei caduti riconosciuti aveva 25 anni ed era di Forlì. Era l'ultimo di 10 fratelli di una famiglia antifascista di città e l'unico figlio diplomato, come maestro. Il padre era operaio, caporeparto di una fabbrica. Da bambino Gino aveva subìto un grave infortunio: un carro gli era passato sopra al piede destro amputandogli tutte le dita. Nel 1944 prestava servizio ausiliario civile a San Donà di Piave, come segretario nell'Annonaria che durante la guerra rilasciava le tessere per l'acquisto dei generi razionati. In quell'estate, con gli Alleati che lentamente avanzavano e i bombardamenti che bersagliavano Forlì, era tornato a casa e si era ricongiunto alla famiglia sfollata sui monti di Bertinoro. Ma Gino aspettava una lettera da una ragazza e il giorno dell'arresto era sceso in città assieme a un fratello per verificare alla Posta se era arrivata. Sul Ponte di Schiavonia i due incapparono in un rastrellamento del nazifascisti. "Vieni, scappiamo", gli disse il fratello, che collaborava con la Resistenza. "Vai tu, io non ho niente da temere", gli rispose Gino. Il fratello si allontanò, lui era tranquillo, non aveva fatto niente, non era schedato come "ribelle", pensava che nulla gli sarebbe successo. Invece venne fermato, portato prima nel carcere della Rocca monumentale poi trasferito nell'ex brefotrofio di via Salinatore gestito dalle SS. Lì venne picchiato, forse torturato, pochi giorni dopo prelevato dai tedeschi assieme agli altri 4 sventurati e portato su un camion fino a Casale per essere fucilato. Due giorni dopo i tedeschi restituirono alla famiglia il suo portafogli con dentro 800 lire, la cintura e gli occhiali rotti. Il corpo venne successivamente riesumato e sepolto nel cimitero di Forli. Nessun cippo, nessun ricordo, nessuna commemorazione è mai stata fatta per quel povero giovane ucciso senza ragione.

Amilcare Piancaldini, per evitare deportazione o fucilazione andò a lavorare per la tedesca Todt

Amilcare Piancaldini di anni ne aveva 36. Originario di Firenzuola e residente a Prato, era in guerra e dopo l'8 settembre 1943 aveva deposto le armi ed era tornato a casa. La sua famiglia era sfollata alle Balze, sull'Appennino forlivese nella zona del Verghereto, dove viveva in casa di parenti. Aveva moglie e tre figli, di 3, 6 e 11 anni. Sull'Appennino era andato a lavorare per la Todt, la struttura paramilitare tedesca responsabile della logistica e delle infrastrutture per il Reich, che dopo l'8 settembre 1943 operò in Italia per realizzare le fortificazioni difensive dell'esercito germanico e in particolare della Linea Gotica. Siccome avevano bisogno di molta mano d'opera, i tedeschi garantivano ai militari italiani che dopo l'armistizio avevano disertato di non essere fucilati o deportati in Germania se accettavano di lavorare per la Todt. Piancaldini era andato, anche perché doveva mantenere una famiglia e lì prendeva una paga . Quando gli alleati stavano arrivando sull'Appennino forlivese, il capo cantiere disse a tutti di tornarsene a casa. Mentre rientrava, pare per la denuncia di una spia che lo segnalò come partigiano, venne arrestato, portato prima a Sarsina, torturato e quindi trasferito a Forli, dove poi seguì la stessa sorte di Gino Carnaccini. Fu poi probabilmente riconosciuto per il tesserino che tutti i lavoratori della Todt erano tenuti a portare con sé. Al momento della riesumazione del cadavere, la famiglia venne avvisata dal Comune di Brisighella, ma era così povera che non poté nemmeno permettersi di ritirare la salma per seppellirla a Prato. Così Amilcare fu tumulato nel cimitero di Casale, sotto una anonima croce di legno, e la tomba fu custodita per diversi anni dal diacono della parrocchia. Anche per lui nessun riconoscimento, nessuna cerimonia, solamente l'oblio.

Gli altri due nomi non sono quelli delle vittime di Casale ma di persone fucilate altrove
Oblio nel quale sono ancora le altre tre vittime dell'eccidio, di cui non si sa nulla. Gli altri due nomi riportati nel diario di Antonio Mambelli il 6 agosto 1944, infatti, non corrispondono a quelli dei caduti a Casale. Pasqualino Comandini (e non Comandino), cesenate di appena 17 anni, risulta ucciso dai tedeschi a Saiaccio di Bagno di Romagna, vicino al lago di Quarto, il 7 agosto 1944. Mentre Giuseppe Giacomoni, 24 anni di Longiano, lui sì partigiano della 29esima Brigata Gap operante nei monti del cesenate, risulta catturato durante un trasporto d'armi e fucilato a Savignano il 17 settembre 1944. Del quinto, l'ignoto, non si è mai saputo nulla.

Dopo 73 anni un monumento ricorda la strage dimenticata
Il 5 agosto 2017, 73 anni dopo, Brisighella dedica un monumento ai "Martiri di Casale". Un'artista, Mirta Carroli, che fa sculture in acciaio ed è conosciuta a livello internazionale, si è offerta di realizzare la stele: una struttura in acciaio alta due metri, con incisi i due nomi noti dei martiri e una poesia di Ungaretti. La stele è collocata nel piazzale della chiesa parrocchiale di Santo Stefano in Casale, poco distante dal luogo dell'eccidio. Alla cerimonia, con la messa in ricordo delle vittime celebrata dal vescovo della diocesi monsignor Mario Toso e l'inaugurazione del monumento, saranno presenti con i gonfaloni i Comuni di Brisighella, Forlì e Prato, le Anpi di quelle città, l'artista e i parenti dei martiri.


lunedì 26 giugno 2017

I ballottaggi affondano il centrosinistra e il Pd di Renzi

Altro che risultati "a macchia di leopardo" e "poteva andare meglio", come ha commentato a caldo il segretario del Pd, Matteo Renzi. L'esito dei ballottaggi segna una batosta clamorosa per i candidati del centrosinistra. Il Pd renziano perde quote sempre maggiori del proprio elettorato più di sinistra, non trae alcun vantaggio dalla battuta d'arresto dei Cinquestelle, non sfonda al centro, riesce perfino nell'impresa di resuscitare Berlusconi favorendo l'affermazione del centrodestra modello Salvini-Toti.

Il centrosinistra perde quasi la metà dei Comuni conquistati cinque anni fa (aveva 93 sindaci, ora ne ha 56) e le storiche roccaforti rosse di Genova, La Spezia, Pistoia e Carrara; viene umiliato a l'Aquila, la città simbolo della (mancata) ricostruzione post-teremoto su cui puntava tantissimo, e a Verona; esce malconcio da Parma - dove trionfa il post-grillino Federico Pizzarotti - e Piacenza; riesce a perdere anche a Trapani, dove al ballottaggio giocava da solo. Le macchie del leopardo renziano sono limitate a una vittoria sul filo a Taranto, la città dell'Ilva, e ai successi di Padova, Cuneo, Lucca e Lecce, che sono più il frutto degli errori altrui che della propria capacità di attrazione. Ovunque la partecipazione al voto è scesa sotto il 50%, e i crolli maggiori si sono registrati proprio nelle regioni e nelle città tradizionalmente più di sinistra.

A pochi mesi dalle politiche non è un bel viatico per Renzi e il Pd. Certo, il voto amministrativo è una cosa e le elezioni politiche sono altro. Ma se si fa un bilancio della leadership renziana in questi ultimi tre anni non ci si può non chiedere: dopo le europee, oltre alle primarie, Renzi cos'ha vinto? E quali sono gli effetti della sua politica di rottura e rottamazione dei vecchi schemi? Questa pesante sconfitta segue i disastri di Roma e Torino e la debacle del Referendum costituzionale. E lascia sul campo le macerie di un partito che non è più un partito, che ha perso il suo tradizionale radicamento nei territori e dove le anime ex comuniste ed ex democristiane si odiano e si fanno reciprocamente la guerra; le macerie di un centrosinistra sempre più diviso, incapace di rappresentare un'alternativa credibile al populismo e all'antipolitica, con leader poco convincenti e "poche idee ma confuse" come direbbe Ennio Flaiano. Un panorama desolante, dove l'obiettivo dichiarato del 40% da raggiungere con un listone che vada da Pisapia a Calenda è un miraggio, la rincorsa al miracolo Macron una pia illusione, l'effetto "vinavil" di Prodi un pannicello caldo.



lunedì 5 giugno 2017

L'accordo Renzi, Berlusconi, Grillo, Salvini per il ritorno al proporzionale e l'arte tutta italiana della giravolta

Dall'arte del possibile all'arte della giravolta. Così va la politica italiana di questi tempi. L'accordo tra Pd, Forza Italia, Lega e Cinquestelle sul modello tedesco - che poi in Italia sarà un proporzionale puro con sbarramento al 5% e il trionfo dei nominati invece che degli eletti - è la fiera delle giravolte. Quella di Beppe Grillo, che dal suo blog gridava "no al tavolo delle trattative con i bari del Pd". Quella di Silvio Berlusconi, che annunciava "mai più un nuovo Patto del Nazareno". E quella di Renzi, che diceva: "W il maggioritario, tra cinque anni l'Italicum sarà copiato da mezza Europa, finalmente la sera delle elezioni si saprà chi ha vinto, senza inciuci".

Invece? Invece si tratta, si fanno nuovi Patti del Nazareno, si torna con "nonchalance" al proporzionale, alla Prima Repubblica, alla "palude". Si tenta, addirittura, di varare una legge che toglie ancor più le possibilità di scelta dell'elettore: (listini e capilista bloccati, niente preferenze e voto disgiunto). E si va spediti verso elezioni anticipate in autunno. Addio all'Italicum, dunque, e anche al Mattarellum, al Rosatellum, al premio di maggioranza e al doppio turno che ci dovevano assicurare vincitori certi e stabilità politica. E in soffitta pure la "vocazione maggioritaria" del Partito democratico. Non per gli interessi del Paese, come ci vogliono far credere, ma per gli interessi convergenti dei contraenti l'accordo.

Gli interessi di Grillo e Salvini, che mirano a sfruttare l'onda lunga dell'antipolitica e del populismo per raccogliere, col proporzionale, più parlamentari possibile. E che - al di là delle parole - non sembrano per niente interessati ad andare al governo. Il primo perché scottato dall'esperienza traumatica di Virginia Raggi alla guida della Capitale e (forse) consapevole di non avere un gruppo dirigente all'altezza della sfida. Il secondo perché ha tutto da guadagnare a fare il "lepenista" d'Italia.

L'interesse di Berlusconi, che sa che solo con il proporzionale può sperare di tornare al centro della scena politica e confida sulla sua proverbiale capacità di trattativa, in primis a tutela delle sue aziende.

L'interesse di Renzi a regolare definitivamente i conti con gli scissionisti D'Alema e Bersani e con i "partitini" che condizionano negativamente la politica italiana (i grandi, invece?), a togliersi di dosso l'imbarazzante fardello degli Alfano e dei Verdini e a tornare al più presto a Palazzo Chigi con premier, inevitabilmente delle larghe intese. A meno di un collasso elettorale del Pd, che comunque non si può escludere visto il distacco crescente che questo partito sta registrando con la parte più di sinistra del suo elettorato.

La rotta sembra tracciata. Gentiloni può "stare sereno". Il Pd sempre più PdR in attesa di fare il Partito della Nazione. L'ex Cavaliere che trova finalmente il suo successore ideale, quello con il "quid" che gli piace tanto. I grillini che dall'opposizione si fanno le ossa del "populismo di governo". I leghisti che con i Fratelli d'Italia fanno la destra xenofoba e anti-europea. La sinistra-sinistra che si ricostruisce in un'unica forza progressista attorno a Pisapia.



Tutti quanti assieme con "poche idee ma confuse", come direbbe Flaiano. Ma sempre nell'interesse dell'Italia, si intende.