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venerdì 28 luglio 2017

Casale di Brisighella, l'eccidio dimenticato dei martiri senza nome


Nelle foto: a sinistra in alto, Gino Carnaccini; a destra, Amilcare Piancaldini con moglie e figli. Sopra, un'immagine storica della liberazione di Brisighella il 4-5 dicembre 1944, con gli alleati che risalgono la strada del Monticino. 


Estate 1944, Brisighella è ancora sotto l'occupazione nazifascista, gli alleati anglo-americani temporeggiano a sud della linea Gotica, sui monti a combattere per la liberazione ci sono i partigiani. La notte del 20 luglio un gruppo di combattenti guidato da Sesto Liverani, nome di battaglia Palì, comandante del Distaccamento "Celso Strocchi", tende un agguato a una macchina tedesca che sale lungo la statale che va da Brisighella (Ravenna) verso Marradi (Firenze), nei pressi della frazione di Casale, all'incrocio con la via Aurora. Nell'assalto muoiono alcuni soldati tedeschi (cinque secondo il comando della Wehrmacht, uno o due secondo testimonianze locali) e un partigiano rimane ferito. Il giorno dopo scatta la rappresaglia nella zona di Casale e nelle adiacenti Valcasale e Valle di Tura. Due case, I Poggioli e Valbonella, sospettate di avere dato riparo ai partigiani, vengono incendiate. La legge dei nazifascisti è: 10 civili fucilati per ogni tedesco ucciso. Vorrebbero portarne via 50, ma ne trovano "solo" una trentina, quasi tutti maschi anziani. "Kaputt, kaputt", urlano alle loro famiglie disperate. Li tengono prigionieri prima in una casa di campagna in località Pietramora, poi nell'obitorio di Brisighella. Il clima tra la popolazione locale è pesante. Pochi giorni prima, il 17 luglio, c'è stato l'eccidio di Crespino, località dell'Appennino tosco-romagnolo (43 civili uccisi, compreso il parroco), il capo delle Camicie nere del luogo, Amadio Cavalli, teme disordini e ritorsioni, la Resistenza è forte e agguerrita, sostenuta dalla popolazione, e la guerra ormai è persa.

Cinque giovani carcerati da fucilare al posto dei civili

Forse fascisti e tedeschi si convincono che è meglio evitare una nuova strage di civili. Sta di fatto che decidono un altro tipo di rappresaglia, più "politica". Vanno a prelevare cinque prigionieri, che etichettano come "partigiani comunisti", che sono detenuti nell'ex brefotrofio di Forlì trasformato in carcere di tortura dalle SS, e li portano a Casale, sul luogo dell'agguato. Sono tutti giovani, uno è mutilato a un piede. Il camion con i condannati a morte arriva all'imbrunire davanti all'Osteria del paese. Il plotone d'esecuzione scende e armi in pugno ordina ai civili presenti di chiudersi nelle case e di serrare le imposte. Poco dopo da quelle case e da tutta la valle si ode il crepitio lugubre delle raffiche di mitra. Le famiglie sono terrorizzate: quelle che hanno congiunti arrestati pensano che siano stati fucilati, le altre che tra poco toccherà anche a loro. E' già buio quando tedeschi e fascisti fanno uscire tutti dalle case, minori e donne comprese, in tutto una cinquantina di persone, e li raggruppano, spingendoli con il calcio dei fucili, contro il muro esterno dell'Osteria. Poi li mettono in fila e li costringono a una mesta processione verso la casa dei Poggioli.

Un macabro rito attorno ai cadaveri
Lì, a ridosso della Statale, ci sono i corpi distesi di quei cinque poveri disgraziati. Non gli hanno nemmeno dato il colpo di grazia, almeno uno di loro è ancora vivo e si muove. I civili sono costretti a scavalcare quei corpi e a guardare i loro visi in segno di spregio, mentre un ufficiale tedesco spiega loro cosa succede ai "ribelli" e a chi li aiuta. Lo stesso macabro rito si ripete l'indomani mattina, questa volta con gli abitanti delle case delle valli scesi in paese per verificare se i colpi della sera prima erano stati diretti ai loro cari arrestati. I corpi sono ancora lì, distesi a terra. Sul sangue rappreso dei loro volti si posano già le mosche. I repubblichini li irridono anche da morti: "Guardate quello che ghigno che fa... Guardate gli occhi sbarrati di questo, e il piede storto di quell'altro", dicono sghignazzando alle persone che costringono a girare attorno ai cadaveri. Poi prendono tre o quattro uomini, danno loro delle pale e ordinano di scavare una buca quadrata grande abbastanza per contenere i cinque corpi. Finito il lavoro, buttano dentro i cadaveri alla rinfusa. Tre cadono allineati, il quarto sopra di loro, l'ultimo di traverso: è un ragazzo giovane, l'unico vestito elegante e ha una scarpa ortopedica. Uno degli improvvisati becchini vorrebbe calarsi nella fossa per metterlo almeno in fila come gli altri. "Se vuoi rimanere lì dentro pure tu, fai pure", gli urla il capo dei fascisti. La fossa viene fatta richiudere così, senza una benedizione, senza una croce o un altro segno di riconoscimento. I civili vengono rimandati nelle loro case. Chi ha potuto constatare che tra i morti non c'è il proprio marito o babbo o fratello rastrellato, va a ringraziare la Madonna del Poggiale per aver graziato il proprio congiunto.

I responsabili dell'eccidio in libertà e le vittime dimenticate
Diverse testimonianze degli anziani del luogo ricordano che la sera della fucilazione era quella del 2 agosto. La ricordano bene, quella data, perché il 2 agosto si celebrava la festa "dell'indulgenza" o del "perdono": una usanza religiosa istituita ad Assisi per un episodio della vita di San Francesco e diffusa in molte parrocchie del centro Italia, Romagna compresa. Anche in un documento ufficiale dello stato maggiore tedesco è scritto che il 2 agosto "a seguito dell'uccisione di 5 camerati in un attentato in località Casale di Brisighella" sono stati "rastrellati e giustiziati 5 partigiani comunisti prelevati dal carcere di Forlì". In un processo della Corte d'Assise Speciale di Ravenna che il 17 gennaio 1946 condannerà alcune centinaia di fascisti per i misfatti compiuti in diverse parti del territorio, si fa invece riferimento alla data del 5 agosto 1944 per l'eccidio di Casale. I sei fascisti accusati di aver presenziato alla fucilazione verranno condannati a pene piuttosto lievi e alla fine tutti amnistiati. Dei capi tedeschi che ordinarono quell'esecuzione non s'è mai saputo nulla. E mentre i responsabili l'hanno fatta franca, delle vittime si sono perse le tracce. Negli atti del processo di Ravenna i nomi di quei poveri martiri non ci sono. I registri del brefotrofio-carcere di Forlì non esistono, perché chi era portato lì non veniva registrato, e comunque i tedeschi prima di ritirarsi hanno bruciato tutto. Gli unici nomi sono riportati dal bibliotecario del Comune di Forlì, Antonio Mambelli, collaboratore del Resto del Carlino, che il 6 agosto 1944 scrive:

"I tedeschi catturano e fucilano in Casale di Fognano il maestro Gino Carnaccini di 25 anni forlivese, un Amilcare Piancaldini da Firenzuola ed altri due di cui ignorasi il nome: i 4 infelici sono sepolti in una fossa comune. Sembra che uno di essi sia Pasquale Comandino di Aristide di anni 17, da Cesena. La famiglia Carnaccini, disperata per la scomparsa del congiunto, invano si era recata alla federazione fascista; i tedeschi fucilano, inoltre, il partigiano Giuseppe Giacomoni da Longiano".

Solo due vittime su cinque hanno un nome
Ma solo di Gino Carnaccini e Amilcare Piancaldini si avrà in seguito conferma. Gli altri due risulteranno morti in luoghi e date diverse, e il quinto rimarrà ignoto. Vittime dimenticate di una strage dimenticata. Col passare degli anni, infatti, della strage di Casale si perde la memoria. Si ricorda che alcuni civili del luogo all'indomani dell'eccidio avevano messo un masso ai bordi della fossa comune dove il 2 agosto di ogni anno qualcuno portava dei fiori, mentre in chiesa il prete diceva messa. Poi i corpi vengono riesumati (ma tre di loro non si sa dove siano stati portati), il masso è rimosso, il luogo della fucilazione viene inglobato nel piazzale di un frantoio della ghiaia, le celebrazioni annuali sono interrotte. Nel 2000 un libro, "Arriverà quel giorno" (Pendragon) e la pubblicazione dell'Atlante delle stragi nazifasciste in Italia riporta alla luce quella strage dimenticata il Comune intitola finalmente una strada ai "Martiri di Casale". Ma i nomi dei martiri ancora non ci sono.

La ricerca dell'Anpi per dare onore e dignità a quei giovani innocenti
L'Anpi di Brisighella, attraverso l'impegno tenace di due volontarie - Tiziana Montanari e Luciana Laghi - avvia una ricerca e riesce a ricostruire l'identità certa di due vittime: Gino Carnaccini e Amilcare Piancaldini. Rintraccia le famiglie delle vittime, ai figli e nipoti di quella strage dimenticata si apre un mondo di emozioni, ricordi e restituzione della dignità ai loro congiunti martiri.

Gino Carnaccini, l'invalido che pensava di non avere nulla da temere

Il primo dei caduti riconosciuti aveva 25 anni ed era di Forlì. Era l'ultimo di 10 fratelli di una famiglia antifascista di città e l'unico figlio diplomato, come maestro. Il padre era operaio, caporeparto di una fabbrica. Da bambino Gino aveva subìto un grave infortunio: un carro gli era passato sopra al piede destro amputandogli tutte le dita. Nel 1944 prestava servizio ausiliario civile a San Donà di Piave, come segretario nell'Annonaria che durante la guerra rilasciava le tessere per l'acquisto dei generi razionati. In quell'estate, con gli Alleati che lentamente avanzavano e i bombardamenti che bersagliavano Forlì, era tornato a casa e si era ricongiunto alla famiglia sfollata sui monti di Bertinoro. Ma Gino aspettava una lettera da una ragazza e il giorno dell'arresto era sceso in città assieme a un fratello per verificare alla Posta se era arrivata. Sul Ponte di Schiavonia i due incapparono in un rastrellamento del nazifascisti. "Vieni, scappiamo", gli disse il fratello, che collaborava con la Resistenza. "Vai tu, io non ho niente da temere", gli rispose Gino. Il fratello si allontanò, lui era tranquillo, non aveva fatto niente, non era schedato come "ribelle", pensava che nulla gli sarebbe successo. Invece venne fermato, portato prima nel carcere della Rocca monumentale poi trasferito nell'ex brefotrofio di via Salinatore gestito dalle SS. Lì venne picchiato, forse torturato, pochi giorni dopo prelevato dai tedeschi assieme agli altri 4 sventurati e portato su un camion fino a Casale per essere fucilato. Due giorni dopo i tedeschi restituirono alla famiglia il suo portafogli con dentro 800 lire, la cintura e gli occhiali rotti. Il corpo venne successivamente riesumato e sepolto nel cimitero di Forli. Nessun cippo, nessun ricordo, nessuna commemorazione è mai stata fatta per quel povero giovane ucciso senza ragione.

Amilcare Piancaldini, per evitare deportazione o fucilazione andò a lavorare per la tedesca Todt

Amilcare Piancaldini di anni ne aveva 36. Originario di Firenzuola e residente a Prato, era in guerra e dopo l'8 settembre 1943 aveva deposto le armi ed era tornato a casa. La sua famiglia era sfollata alle Balze, sull'Appennino forlivese nella zona del Verghereto, dove viveva in casa di parenti. Aveva moglie e tre figli, di 3, 6 e 11 anni. Sull'Appennino era andato a lavorare per la Todt, la struttura paramilitare tedesca responsabile della logistica e delle infrastrutture per il Reich, che dopo l'8 settembre 1943 operò in Italia per realizzare le fortificazioni difensive dell'esercito germanico e in particolare della Linea Gotica. Siccome avevano bisogno di molta mano d'opera, i tedeschi garantivano ai militari italiani che dopo l'armistizio avevano disertato di non essere fucilati o deportati in Germania se accettavano di lavorare per la Todt. Piancaldini era andato, anche perché doveva mantenere una famiglia e lì prendeva una paga . Quando gli alleati stavano arrivando sull'Appennino forlivese, il capo cantiere disse a tutti di tornarsene a casa. Mentre rientrava, pare per la denuncia di una spia che lo segnalò come partigiano, venne arrestato, portato prima a Sarsina, torturato e quindi trasferito a Forli, dove poi seguì la stessa sorte di Gino Carnaccini. Fu poi probabilmente riconosciuto per il tesserino che tutti i lavoratori della Todt erano tenuti a portare con sé. Al momento della riesumazione del cadavere, la famiglia venne avvisata dal Comune di Brisighella, ma era così povera che non poté nemmeno permettersi di ritirare la salma per seppellirla a Prato. Così Amilcare fu tumulato nel cimitero di Casale, sotto una anonima croce di legno, e la tomba fu custodita per diversi anni dal diacono della parrocchia. Anche per lui nessun riconoscimento, nessuna cerimonia, solamente l'oblio.

Gli altri due nomi non sono quelli delle vittime di Casale ma di persone fucilate altrove
Oblio nel quale sono ancora le altre tre vittime dell'eccidio, di cui non si sa nulla. Gli altri due nomi riportati nel diario di Antonio Mambelli il 6 agosto 1944, infatti, non corrispondono a quelli dei caduti a Casale. Pasqualino Comandini (e non Comandino), cesenate di appena 17 anni, risulta ucciso dai tedeschi a Saiaccio di Bagno di Romagna, vicino al lago di Quarto, il 7 agosto 1944. Mentre Giuseppe Giacomoni, 24 anni di Longiano, lui sì partigiano della 29esima Brigata Gap operante nei monti del cesenate, risulta catturato durante un trasporto d'armi e fucilato a Savignano il 17 settembre 1944. Del quinto, l'ignoto, non si è mai saputo nulla.

Dopo 73 anni un monumento ricorda la strage dimenticata
Il 5 agosto 2017, 73 anni dopo, Brisighella dedica un monumento ai "Martiri di Casale". Un'artista, Mirta Carroli, che fa sculture in acciaio ed è conosciuta a livello internazionale, si è offerta di realizzare la stele: una struttura in acciaio alta due metri, con incisi i due nomi noti dei martiri e una poesia di Ungaretti. La stele è collocata nel piazzale della chiesa parrocchiale di Santo Stefano in Casale, poco distante dal luogo dell'eccidio. Alla cerimonia, con la messa in ricordo delle vittime celebrata dal vescovo della diocesi monsignor Mario Toso e l'inaugurazione del monumento, saranno presenti con i gonfaloni i Comuni di Brisighella, Forlì e Prato, le Anpi di quelle città, l'artista e i parenti dei martiri.


lunedì 26 giugno 2017

I ballottaggi affondano il centrosinistra e il Pd di Renzi

Altro che risultati "a macchia di leopardo" e "poteva andare meglio", come ha commentato a caldo il segretario del Pd, Matteo Renzi. L'esito dei ballottaggi segna una batosta clamorosa per i candidati del centrosinistra. Il Pd renziano perde quote sempre maggiori del proprio elettorato più di sinistra, non trae alcun vantaggio dalla battuta d'arresto dei Cinquestelle, non sfonda al centro, riesce perfino nell'impresa di resuscitare Berlusconi favorendo l'affermazione del centrodestra modello Salvini-Toti.

Il centrosinistra perde quasi la metà dei Comuni conquistati cinque anni fa (aveva 93 sindaci, ora ne ha 56) e le storiche roccaforti rosse di Genova, La Spezia, Pistoia e Carrara; viene umiliato a l'Aquila, la città simbolo della (mancata) ricostruzione post-teremoto su cui puntava tantissimo, e a Verona; esce malconcio da Parma - dove trionfa il post-grillino Federico Pizzarotti - e Piacenza; riesce a perdere anche a Trapani, dove al ballottaggio giocava da solo. Le macchie del leopardo renziano sono limitate a una vittoria sul filo a Taranto, la città dell'Ilva, e ai successi di Padova, Cuneo, Lucca e Lecce, che sono più il frutto degli errori altrui che della propria capacità di attrazione. Ovunque la partecipazione al voto è scesa sotto il 50%, e i crolli maggiori si sono registrati proprio nelle regioni e nelle città tradizionalmente più di sinistra.

A pochi mesi dalle politiche non è un bel viatico per Renzi e il Pd. Certo, il voto amministrativo è una cosa e le elezioni politiche sono altro. Ma se si fa un bilancio della leadership renziana in questi ultimi tre anni non ci si può non chiedere: dopo le europee, oltre alle primarie, Renzi cos'ha vinto? E quali sono gli effetti della sua politica di rottura e rottamazione dei vecchi schemi? Questa pesante sconfitta segue i disastri di Roma e Torino e la debacle del Referendum costituzionale. E lascia sul campo le macerie di un partito che non è più un partito, che ha perso il suo tradizionale radicamento nei territori e dove le anime ex comuniste ed ex democristiane si odiano e si fanno reciprocamente la guerra; le macerie di un centrosinistra sempre più diviso, incapace di rappresentare un'alternativa credibile al populismo e all'antipolitica, con leader poco convincenti e "poche idee ma confuse" come direbbe Ennio Flaiano. Un panorama desolante, dove l'obiettivo dichiarato del 40% da raggiungere con un listone che vada da Pisapia a Calenda è un miraggio, la rincorsa al miracolo Macron una pia illusione, l'effetto "vinavil" di Prodi un pannicello caldo.



lunedì 5 giugno 2017

L'accordo Renzi, Berlusconi, Grillo, Salvini per il ritorno al proporzionale e l'arte tutta italiana della giravolta

Dall'arte del possibile all'arte della giravolta. Così va la politica italiana di questi tempi. L'accordo tra Pd, Forza Italia, Lega e Cinquestelle sul modello tedesco - che poi in Italia sarà un proporzionale puro con sbarramento al 5% e il trionfo dei nominati invece che degli eletti - è la fiera delle giravolte. Quella di Beppe Grillo, che dal suo blog gridava "no al tavolo delle trattative con i bari del Pd". Quella di Silvio Berlusconi, che annunciava "mai più un nuovo Patto del Nazareno". E quella di Renzi, che diceva: "W il maggioritario, tra cinque anni l'Italicum sarà copiato da mezza Europa, finalmente la sera delle elezioni si saprà chi ha vinto, senza inciuci".

Invece? Invece si tratta, si fanno nuovi Patti del Nazareno, si torna con "nonchalance" al proporzionale, alla Prima Repubblica, alla "palude". Si tenta, addirittura, di varare una legge che toglie ancor più le possibilità di scelta dell'elettore: (listini e capilista bloccati, niente preferenze e voto disgiunto). E si va spediti verso elezioni anticipate in autunno. Addio all'Italicum, dunque, e anche al Mattarellum, al Rosatellum, al premio di maggioranza e al doppio turno che ci dovevano assicurare vincitori certi e stabilità politica. E in soffitta pure la "vocazione maggioritaria" del Partito democratico. Non per gli interessi del Paese, come ci vogliono far credere, ma per gli interessi convergenti dei contraenti l'accordo.

Gli interessi di Grillo e Salvini, che mirano a sfruttare l'onda lunga dell'antipolitica e del populismo per raccogliere, col proporzionale, più parlamentari possibile. E che - al di là delle parole - non sembrano per niente interessati ad andare al governo. Il primo perché scottato dall'esperienza traumatica di Virginia Raggi alla guida della Capitale e (forse) consapevole di non avere un gruppo dirigente all'altezza della sfida. Il secondo perché ha tutto da guadagnare a fare il "lepenista" d'Italia.

L'interesse di Berlusconi, che sa che solo con il proporzionale può sperare di tornare al centro della scena politica e confida sulla sua proverbiale capacità di trattativa, in primis a tutela delle sue aziende.

L'interesse di Renzi a regolare definitivamente i conti con gli scissionisti D'Alema e Bersani e con i "partitini" che condizionano negativamente la politica italiana (i grandi, invece?), a togliersi di dosso l'imbarazzante fardello degli Alfano e dei Verdini e a tornare al più presto a Palazzo Chigi con premier, inevitabilmente delle larghe intese. A meno di un collasso elettorale del Pd, che comunque non si può escludere visto il distacco crescente che questo partito sta registrando con la parte più di sinistra del suo elettorato.

La rotta sembra tracciata. Gentiloni può "stare sereno". Il Pd sempre più PdR in attesa di fare il Partito della Nazione. L'ex Cavaliere che trova finalmente il suo successore ideale, quello con il "quid" che gli piace tanto. I grillini che dall'opposizione si fanno le ossa del "populismo di governo". I leghisti che con i Fratelli d'Italia fanno la destra xenofoba e anti-europea. La sinistra-sinistra che si ricostruisce in un'unica forza progressista attorno a Pisapia.



Tutti quanti assieme con "poche idee ma confuse", come direbbe Flaiano. Ma sempre nell'interesse dell'Italia, si intende.

mercoledì 26 aprile 2017

La morte di Giorgio Guazzaloca, il macellaio civico che si prese "Bologna la rossa" e sancì l'inizio della fine dei Ds



E' morto Giorgio Guazzaloca, il primo sindaco non comunista di Bologna del dopoguerra, che ha amministrato la città delle Due Torri tra il 1999 e il 2004. Aveva 73 anni, era malato da tempo e da ultimo era ricoverato al Sant'Orsola. L'ho conosciuto abbastanza. Quando lui diventò sindaco, nel 1999, io ero redattore capo delle cronache emiliano-romagnole de l'Unità ed ebbi modo di seguire da vicino la spaccatura dei Ds (ex Pci-Pds) che portò prima alla non ricandidatura del sindaco uscente Walter Vitali, affossato dai sondaggi (forse) e dalla dirigenza del partito (per certo), poi quella sciagurata campagna elettorale che segnò l'inizio della fine del "Partitone".

Guazzaloca, va detto subito, era una persona perbene. Il "sindaco macellaio", un commerciante con tutti i difetti, la presunzione e anche un po' di arroganza di quella corporazione che da sempre condiziona (in peggio) il governo della città, presidente dell'Associazione dei commercianti (Ascom), prima, e della Camera di commercio, poi. Un personaggio popolare, gran tifoso del Bologna e amico di Giacomo Bulgarelli, una rubrica e molte interviste sul Resto del Carlino. In altre parole, un prototipo della "bolognesità": sostanzialmente conservatore ma pure antifascista convinto, di radici e pensiero repubblicano, con sensibilità sociale, diverse amicizie e frequentazioni di sinistra (spesso si trovava a giocare a "tresette" con l'ex sindaco di San Lazzaro, Bacchiocchi, l'assessore di Bologna alla Mobilità, Sassi, il presidente della Fiera, Stefani: tutti comunisti), anche se legato da amicizia personale a Pierferdinando Casini che è stato il suo principale sponsor in città. Tanto che, all'epoca, una parte dei dirigenti e soprattutto dei militanti Ds lo avrebbe visto bene come candidato sindaco del centrosinistra.

Ma i segretari di allora della Federazione Ds (Alessando Ramazza) e del Comitato regionale (Fabrizio Matteucci) erano di diverso avviso. Non presero nemmeno in considerazione la candidatura di Guazzaloca, poi trovarono il modo di silurare quella di Mauro Zani, comunista tutto d'un pezzo, uno dei padri nobili del Pci, ex segretario provinciale e regionale del partito, al fianco di Occhetto ai tempi della "svolta della Bolognina", coordinatore della segreteria nazionale, più volte parlamentare (per ultimo europarlamentare), pure lui amico e compagno di tresette di Guazzaloca, prima chiamato a "sacrificarsi" rientrando da Roma per salvare la barca traballante del partito emiliano candidandosi a sindaco, poi sottoposto al "ricatto" delle primarie. Perché - questo era allora il pensiero di molti - il sindaco in realtà lo voleva fare il segretario Ramazza, che quando capì che non c'erano le condizioni puntò sulle primarie e sulla semisconosciuta Silvia Bartolini. Il risultato fu che Zani mandò "a spendere" la dirigenza locale dei Ds e rinunciò alla corsa, la Bartolini vinse facile le primarie e mezzo elettorato del Pds-Ds finì poi per votare Guazzaloca, nel frattempo diventato candidato sindaco civico del centrodestra, appoggiato anche da quei fascisti che detestava, che contro ogni ragionevole previsione vinse al ballottaggio.

Come sindaco, va detto, Guazzaloca non è stato gran che: vuoi per la malattia che lo colpì poco dopo la sua elezione, vuoi per la compagine di giunta non certo eccelsa che si ritrovò, più che governare restò fermo per tre anni a vivere di rendita sulla incredibile capitolazione "tafazziana" della sinistra (del resto, bastava e avanzava quello per stare a galla), si limitò a tagliare nastri e spostare qualche statua senza cambiare sostanzialmente niente. Poi, quando decise di fare davvero il sindaco, produsse il disastro del Civis: il tram su gomma a guida ottica automatica che doveva sostituire la metropolitana del sindaco Renzo Imbeni e la metrotramvia del sindaco Vitali (a Bologna sono 40 anni che si discute su quale sistema di trasporto per la città senza concludere nulla, tanto che l'unica modalità è ancora quella dei bus e filobus) che però non è mai partito. Perché quel mezzo si è rivelato una "sola" (fregatura in bolognese) della Fiat, non è mai stato omologato dal Ministero dei Trasporti, mentre la gara è finita sotto inchiesta e i 49 mezzi acquistati a suon di milioni di euro dalla Municipallizata (oggi Tper), da anni fermi ad arrugginire in un deposito all'aperto all'Interporto, sono stati infine sostituiti da normali filobus (i Crealis) che hanno ben poco di innovativo ma almeno marciano e trasportano gente.

Il nome di Giorgio Guazzaloca è rimasto legato indissolubilmente alla caduta della città simbolo della sinistra in Italia e al fenomeno vincente del civismo, che aveva debuttato qualche anno prima a Parma con la vittoria del sindaco Elvio Ubaldi sul candidato del Pds. Nel 2004 Guazzaloca si ricandidò alla carica di primo cittadino ma venne sconfitto al primo turno da Sergio Cofferati, il "papa straniero" che i Ds erano andati a cercare per riparare lo smacco del 1999. Nel gennaio 2005 Guazzaloca fu nominato componente dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato (Antitrust). Già ammalato, si ritirò quasi del tutto dalla scena politica e ultimamente le sue uscite pubbliche erano assai rare. Qualunque sia il giudizio politico su di lui, se n'è andata - troppo presto - una persona perbene, popolare e ben voluta da Bologna.

mercoledì 1 marzo 2017

Fatta la legge trovato l'inganno: così il cumulo gratuito dei contributi pensionisti versati resta inapplicato



Esattamente un anno fa io e la collega Daniela Binello rilanciammo assieme ai parlamentari Marialuisa Gnecchi, Sandra Zampa e Giorgio Pagliari, in una conferenza stampa alla Camera, la battaglia per il cumulo gratuito e contro il ricongiungimento oneroso dei contributi previdenziali. Una norma, quest'ultima, introdotta nel 2010 dal ministro del lavoro Sacconi e dal governo Berlusconi, che costringe i lavoratori che hanno carriere spezzettate a pagarsi due volte la previdenza. Nel dicembre scorso - per merito soprattutto dell'iniziativa parlamentare dell'onorevole Gnecchi, della vittoria del no al referendum che ha fatto cadere il governo e approvare la legge di stabilità in fretta e furia al Senato, con la fiducia e senza emendamenti, e un pochino anche grazie alla nostra iniziativa - il cumulo gratuito è diventato legge.

Si tratta di una elementare e sacrosanta norma di giustizia sociale: chi nella sua vita ha fatto lavori diversi, ha versato regolarmente i contributi e ha maturato i requisiti per andare in pensione, non può essere costretto a ripagarli, per di più al quadrato, solo perché li ha versati a enti previdenziali diversi o alle gestioni separate. Il cumulo consente di sommare gratuitamente tutti i contributi versati e prevede che al maturare del requisito pensionistico ciascuna gestione previdenziale eroghi la propria quota di in base a ciò che ad essa è stato versato (pensione pro-quota). La ricongiunzione onerosa diventa così una facoltà, per chi ambisce a pensioni più alte, non più una estorsione obbligata.

E' una legge che interessa e restituisce equità a centinaia di migliaia di persone. Solo che, come spesso accade in Italia, "fatta la legge trovato l'inganno". Nel senso che fin dal giorno dopo della sua approvazione questa preziosa conquista viene sabotata dagli enti di previdenza, che danno interpretazioni ultra-riduttive e trovano mille scuse per non applicarla nell'interesse dei lavoratori. L'Inps dice che va applicata alle condizioni peggiori vigenti nei diversi regimi coinvolti: in buona sostanza se anche uno solo degli enti previdenziali a cui si sono versati i contributi prevede la pensione a 70 anni, per andare in pensione col cumulo servono 70 anni di età. L'Inpgi dei giornalisti, che da quest'anno richiede ai propri iscritti 38 anni di contributi e 62 di età per andare in pensione anticipata (ex anzianità), sostiene che per andare in pensione col cumulo si deve applicare la legge Fornero, che ne prevede quasi 5 in più: 42 anni e 10 mesi.

Un'interrogazione del senatore Pagliari su questo tema è da un mese in attesa di risposta. Inps, Inpgi e le altre casse privatizzate sembrano preoccuparsi soltanto di evitare di dover pagare più pensioni (col cumulo molti riuscirebbero ad andare in pensione prima, anche se con assegni ridotti) e di fare cassa (con l'estorsione delle ricongiunzioni onerose), forse anche per preservare i lauti stipendi e privilegi dei rispettivi vertici. In altre parole, pensano agli interessi propri invece che a quelli dei loro iscritti. E questo nel silenzio generale del governo, della politica, del Parlamento che quella legge sul cumulo ha approvato, dei sindacati, dei consiglieri eletti dagli iscritti che dovrebbero rappresentare nei consigli di amministrazione degli istituti di previdenza, a cominciare da quello dei giornalisti. Bell'Italia, davvero!

mercoledì 21 dicembre 2016

Cumulo: Damiano, Gnecchi e Pagliari dicono no alle interpretazioni restrittive dell'Inpgi e delle Casse autonome

Il cumulo gratuito dei contributi previdenziali è legge, è una conquista di giustizia ed equità e un enorme passo avanti per i lavoratori che hanno carriere spezzettate, ma l'applicazione della nuova norma alle condizioni di miglior favore per gli iscritti è ancora tutta da conquistare. Le Casse autonome dei professionisti, infatti, stanno dando una interpretazione restrittiva della legge, sostenendo che per maturare il diritto alla pensione anticipata o di vecchiaia con il cumulo servono i requisiti della legge Fornero, ovvero 42 anni e 10 mesi di contributi per l'anzianità, 66 anni e 7 mesi per la vecchiaia, e non quelli più vantaggiosi previsti dai regolamenti dei diversi Istituti privatizzati. L'Inpgi, ad esempio, ha recentemente varato una riforma lacrime e sangue per i giornalisti (è ancora al vaglio dei ministeri vigilanti) che dal 2017 prevede il requisito minimo di 38 anni di contributi e 62 di età per la pensione anticipata (40 anni di contributi e 62 di età a regime, dal 2020); nonostante questo, sostiene che per andare in pensione con il cumulo dal prossimo 1 gennaio serviranno i 42 anni e 10 mesi della Fornero.

Una interpretazione contestata dal presidente della Commissione lavoro della Camera, Cesare Damiano, che intervento martedì 20 dicembre alla conferenza stampa promossa alla Camera dal sottoscritto e dalla collega Daniela Binello, ha detto: “E’ evidente che le Casse professionali fanno resistenza, ma io credo che quella resistenza vada vinta. Se invece sarà confermata, verificheremo a livello parlamentare cosa fare". Sulla stessa linea è l'onorevole Marialuisa Gnecchi (Pd), che da anni si batte per il superamento del ricongiungimento oneroso dei contributi ("regalo" di Sacconi-Berlusconi nel 2010), promotrice dell'emendamento che allarga anche alle Casse dei professionisti il cumulo gratuito, che spiega: "Queste ultime non sono obbligate ad applicare la Fornero e hanno l'autonomia necessaria per recepire la legge secondo i propri regolamenti". E il senatore Giorgio Pagliari (Pd), che ha sostenuto la battaglia dei giornalisti per l'estensione del cumulo anche all'Inpgi, annuncia una interrogazione sul tema per chiedere l'applicazione del regime pensionistico più favorevole.

Nella conferenza stampa, a cui hanno partecipato anche la vice presidente del Pd e storica portavoce di Romano Prodi, Sandra Zampa, esponenti di vertice dell'Inpgi, dell'Inps e della Federazione della stampa (Fnsi), è stato affrontato anche il problema di chi, non essendoci ancora la legge sul cumulo, in questi anni per poter andare in pensione ha dovuto subire l'estorsione del ricongiungimento oneroso pagando somme ingenti, con rate che in molti casi si mangiano la metà e anche i due terzi della pensione "virtuale" . Per queste persone la legge non ha previsto alcuna misura risarcitoria, mentre ha dato la facoltà a chi ha in corso la ricongiunzione e non è ancora pensionato, di aderire al cumulo e richiedere la restituzione delle somme versate. Anche su questo tema Gnecchi e Pagliari hanno annunciato interrogazioni fotocopia alla Camera e al Senato per chiedere quanti sono quelli che hanno pagato negli ultimi sei anni, per quali importi e per sollecitare una norma a sanatoria. Damiano, dal canto suo, ha commentato: "Doversi ripagare la pensione dopo che la si è già pagata è un delitto contro la persona. Uno che ha lavorato 40 anni è giusto che vada in pensione, senza perdite né vantaggi. Il pagamento pro-quota della pensione, con ciascuna gestione che paga il proprio pezzo di pensione per gli anni di contributo versati, è un po' l'uovo di Colombo ma funziona. Se costa troppo liquidare le pensioni ricongiungendole in una sola, se ne paghino due”.

mercoledì 7 dicembre 2016

Sì del Senato alla Legge di Stabilità, il cumulo gratuito dei contributi anche per giornalisti e professionisti delle Casse privatizzate è legge


Evviva! Doppio Evviva! Dopo quello della Camera è arrivato il sì del Senato. Il cumulo gratuito dei contributi previdenziali per i giornalisti iscritti all'Inpgi e per i professionisti delle altre Casse privatizzate, è legge. L'assemblea di Palazzo Madama ha oggi approvato con la fiducia, senza modifiche, il testo della Legge di Stabilità già approvato a Monte Citorio che contiene anche la norma sul cumulo pensionistico.

Un cumulo dei contributi senza oneri che inizialmente era previsto soltanto per le gestioni previdenziali che fanno capo all'Inps, e che ora vale per tutti. L'allargamento della norma alle Casse autonome è merito, prima di tutto, dell'azione condotta con tenacia e intelligenza dall'onorevole Marialuisa Gnecchi (Pd) e dell'iniziativa di un gruppo trasversale di parlamentari che ha firmato e sostenuto il suo emendamento,tra i quali Giovanni Mottola (FI), Gian Luigi Gigli (Democrazia Solidale - Centro Democratico) e Rocco Palese (Gruppo misto - Conservatori e Riformisti).

Ma un po' di merito ce l'abbiamo anche il sottoscritto e Daniela Binello, due semplici giornalisti, romagnol-bolognese io, romana lei, che ci siamo impegnati in una battaglia quasi solitaria (nella categoria e nel sindacato dei giornalisti) per tentare di cancellare la vergogna del ricongiungimento oneroso: quella sorta di "estorsione di Stato" introdotta dal ministro Sacconi e dal governo Berlusconi nel 2010 che da 6 anni costringe i professionisti e molti colleghi che hanno carriere previdenziali spezzettate a doversi pagare i contributi due volte, e a peso d'oro, per poter raggiungere la pensione.

Quando partimmo, il 1 marzo, con una conferenza stampa organizzata alla Camera dei Deputati, non ci credeva nessuno: né la Fnsi e le due Associazioni stampa regionali che pure inizialmente aderirono all'iniziativa e parteciparono alla conferenza stampa (con il presidente nazionale Giuseppe Giulietti, il segretario di Stampa Romana, Lazzaro Pappagallo, e Giovanni Rossi dell'Associazione stampa Emilia-Romagna) senza poi fare concretamente nulla per sostenerla; né, probabilmente, gli stessi parlamentari che eravamo riusciti a coinvolgere: le onorevoli Gnecchi e Sandra Zampa e il senatore Giorgio Pagliari (tutti e tre del Pd). Eppure ce l'abbiamo fatta. L'emendamento per l'allargamento del cumulo alle Casse privatizzate è stato prima approvato dalla Commissione Lavoro poi dalla Commissione Bilancio della Camera, e ora il Senato ne ha sancito la trasformazione in legge.

Con la nuova normativa chi maturerà i requisiti contributivi e anagrafici per la pensione di vecchiaia (66 anni e 7 mesi dal 2020 per i giornalisti, dopo la riforma lacrime e sangue dell'Inpgi) o di anzianità (40 anni di contributi e 62 di età dal 2020), potrà andare in quiescenza anche se nella sua vita lavorativa i contributi li ha versati in gestione diverse, comprese quelle separate (ad esempio in Inpgi 1 e Inpgi 2 per i giornalisti), senza più doverli riunire nella gestione principale come accade oggi con il meccanismo della ricongiunzione onerosa. Significa, tanto per fare un esempio, che se un giornalista nel 2020 avrà 62 anni, 30 anni di contributi Inpgi1 e 10 di Inpgi2 (o di Inps, Enpals, Inpdap e altri) potrà andare in pensione senza dover pagare oneri, con l'assegno che verrà pagato pro-quota da ciascuna gestione.

Oggi invece, come è accaduto a me, per dover ricongiungere 10 anni di contributi Inpgi2 in Inpgi1 bisogna pagare cifre astronomiche, anche nell'ordine di diverse centinaia di migliaia di euro. L'unica alternativa, fino a oggi, era quella di aderire al meccanismo della totalizzazione dei contributi, che però calcola la pensione solo con il metodo contributivo, eroga perciò assegni molto più bassi e comincia a pagarli soltanto 21 mesi dopo la maturazione del requisito (finestra di uscita). Ora ce n'è una molto più vantaggiosa: il cumulo gratuito, con calcolo retributivo della pensione per chi ne ha diritto e senza lunghe finestre d'uscita.

Si stima che la nuova legge possa interessare nei prossimi tre anni circa 35mila professionisti (giornalisti compresi) mentre dal 2020 potrebbero uscire tra le 13 e le 15mila persone l'anno. Il cumulo, peraltro, non sarà oneroso per le Casse privatizzate. La legge prevede infatti come copertura un "definanziamento" per 210 milioni nei primi tre anni di applicazione del fondo per gli interventi strutturali e del fondo per le esigenze indifferibili; "definanziamento" che diverrà poi strutturale per 100 milioni a decorrere dal 2019.

Si tratta di una rilevante conquista di giustizia ed equità che interessa una platea complessiva di oltre 1,7 milioni di persone tra giornalisti, avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro, psicologi, chimici, geologi, biologi, medici, veterinari, infermieri, odontoiatri, agenti di commercio, agronomi, periti industriali, geometri, ragionieri, che con questa norma potranno raggiungere prima la pensione e senza oneri. Nella nostra categoria questa conquista rappresenta per molti colleghi un grande sospiro di sollievo. Nel mondo del giornalismo e dell'editoria le assunzioni a tempo indeterminato (Inpgi1) sono ormai una rarità, mentre proliferano partite Iva, frelance e contratti di collaborazione (Inpgi2), quindi carriere previdenziali spezzettate. Con la riforma dell'Inpgi che entrerà in vigore dal 2017, solo un a piccolissima minoranza di colleghi poteva ancora sperare di andare in pensione con 40 anni di Inpgi1. Ora anche per i precari si riapre la prospettiva di poter avere un giorno una pensione decente, e non a 70 e più.